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La pirateria musicale costa cara all’Europa

di Umberto Schiavella

streaming_musicaSebbene sia diminuita nel corso degli ultimi anni, la pirateria musicale continua ad intaccare il mercato discografico. Secondo un recente studio di Euipo, l’ufficio dell’Unione Europea per la proprietà intellettuale, nel 2014, in Europa, il settore ha perso 170 milioni di euro, il 5,2% di tutte le vendite di musica su supporti fisici o digitali con una ricaduta sull’occupazione che ha visto il volatilizzarsi 829 posti di lavoro. Ma non basta, se vengono considerate anche le ripercussioni sugli altri settori ad esso collegati e le mancate entrate fiscali, la fruizione della musica in violazione del diritto d’autore ha determinato un mancato ricavo dalle vendite pari a circa 366 milioni di euro e la perdita di circa 2.155 posti di lavoro, nonché una riduzione delle entrate fiscali pari a 63 milioni di euro. Un comparto importante quello della proprietà intellettuale del diritto d’autore che ha un rilevante peso economico se si pensa che, in Europa, è in grado di generare il 39% dell’attività economica e il 26% dell’occupazione complessiva. In Italia il giro d’affari è limitato, il nostro paese non risulta essere un grande consumatore di musica rispetto alle altre nazioni dell’Unione. Sempre secondo Euipo, nel 2014, l’industria musicale italiana ha generato un fatturato di 200 milioni di euro di cui il 39% in vendite digitali. La quota persa a causa della pirateria è di 7,8 milioni di euro, tre milioni nelle vendite su supporto fisico e 4,7 milioni in quelle digitali. Niente a che vedere con i numeri registrati nel Regno Unito dove il totale delle vendite ha raggiunto nello stesso anno quota 1,1 miliardi di euro, con 49 milioni persi a causa della pirateria. In Germania, il mercato più grande d’Europa, il fatturato si attesta su 1,3 miliardi di euro, di cui il 75% realizzato attraverso le vendite su supporto fisico, con perdite stimate intorno ai 40 milioni di euro, metà su supporto fisico e metà sulle vendite digitali. Lo studio mostra anche il costante e graduale spostamento dei consumatori dai supporti fisici alla musica digitale: nel 2005 la quota dei supporti fisici era del 92%, scesa al 53% nel 2014. Anche se i dati variano da paese a paese, in Germania, ad esempio, le vendite di CD la fanno ancora da padrone, stesso discorso per la Polonia, mentre in Svezia raggiungono appena il 15% delle vendite totali. La pirateria non distingue tra le due diverse modalità di fruizione della musica, infatti, nel 2014 le mancate vendite di supporti fisici sono state stimate intorno ai 57 milioni di euro e 113 milioni per i formati digitali. In media, il consumo pro capite di musica ammonta a sette euro l’anno, ma come spiegano gli autori della ricerca, può salire ad otto se si includono i diritti di esecuzione e le entrate derivanti dalla sincronizzazione. Infine la ricerca si conclude affermando come siano sostanzialmente scorretti gli studi che dimostrano come la pirateria, in realtà, aumenti le vendite legali in quanto permette ai consumatori di poter ascoltare dei “campioni” di musica che altrimenti non avrebbero considerato nel momento dell’acquisto. In realtà, gli utenti non hanno mai smesso di scaricare online brani musicali o interi dischi, neanche dopo il successo delle numerose piattaforme streaming. Secondo i dati di Music Watch, solo negli Stati Uniti sono 20 milioni gli americani che scaricano dal web musica illegalmente. La pirateria musicale non è morta, è solo contenuta, proprio grazie alla presenza delle numerose piattaforme, molto simili e con prezzi abbordabili, ma praticamente in guerra tra di loro attraverso l’uso delle esclusive, elemento fondamentale nella lotta tra competitor. Un esempio su tutti: lo scorso febbraio il nuovo disco di Kanye West, The Life of Pablo, inizialmente è uscito in esclusiva su Tidal, la piattaforma streaming di JAY Z per poi approdare, dopo circa un mese e mezzo, anche su Spotify, intanto, però si stima che è stato scaricato illegalmente circa 500 mila volte in meno di trenta giorni e una versione (forse piratata) era reperibile anche sul sito PornHub. Certo è che il sistema delle esclusive genera dei vantaggi per le piattaforme che le applicano, sembra che nel giorno in cui è uscito l’album in questione del signor West-Kardashian moltissimi utenti si sono iscritti a Tidal per la prima volta, ma quanti di loro saranno poi diventati utenti paganti? Inoltre, viste le continue esclusive sulle diverse piattaforme, quanti sono gli ascoltatori che sottoscriveranno uno o più abbonamenti per potervi accedere? Quanti invece ricorreranno alla pirateria per ascoltare il disco del proprio beniamino? È qui, su questo campo, che si gioca l’intera battaglia. Emblematico il caso di Spotify. Secondo il sito Music Business Worldwide, nel 2015 la compagnia svedese ha perso 173 milioni di euro, anche se le entrate sono aumentate dell’80% portando nelle casse della piattaforma streaming 1,95 miliardi di euro. Cresciuto anche il numero degli utenti, a fine anno ne contava 89 milioni di cui 29 milioni gli abbonati a pagamento, in pratica il 90% delle entrate di Spotify arriva da appena il 30% dei suoi utenti.

 

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