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Lavoratori anziani, i più a rischio, ma i meno disoccupati

di Silvia Capone

lavoroStando ai dati dell’Istat il numero dei disoccupati in Italia nel 2015 ammonta a poco più di tre milioni, di questi circa un milione e mezzo lo sono da più di 12 mesi. Per essere definiti disoccupati occorre soddisfare contemporaneamente due condizioni: aver compiuto almeno un’azione attiva di ricerca di lavoro nelle quattro settimane precedenti alla dichiarazione ed essere disponibili a lavorare (o ad avviare un’attività autonoma) entro le due settimane successive, e in particolar modo si fa attenzione a quella definita disoccupazione di lunga durata, per l’appunto quella condizione che coinvolge gli individui senza lavoro da più di un anno. Un’ulteriore distinzione che si può effettuare è tra disoccupazione frizionale, quella che si ha anche in casi di piena occupazione, dovuta alla diversa localizzazione tra domanda e offerta di lavoro; disoccupazione ciclica, che riguarda una domanda di lavoro più bassa in tutta l’economia; disoccupazione strutturale, dovuta a una cattiva corrispondenza tra domanda e offerta: alcune professioni non sono più richieste, mentre per alcune manca l’offerta (quest’ultima investe soprattutto i lavoratori più anziani a causa di una maggiore difficoltà a riqualificarsi).
Nello stesso periodo, i disoccupati tra i 15 e i 35 anni sono un milione e mezzo e si presume che pochi siano ex-occupati; i disoccupati anziani, tra i 55 e i 64 anni sono decisamente di meno. Questo dato si spiega con la maggiore inattività delle persone in questa fascia d’età e con il vantaggio che, soprattutto le piccole imprese hanno a impiegare lavoratori da loro già formati. La convenienza risiederebbe nel mantenimento dell’investimento in capitale umano compiuto dalla piccola azienda. Il contrario avviene per quanto riguarda il cambio di organizzazione nelle grandi aziende, che genera quella che è definita disoccupazione strutturale, si tende perciò a licenziare i lavoratori più anziani, per i quali è più difficile la riqualificazione. La persona disoccupata, specialmente se ha superato ormai di molto l’età adulta, ha maggiori problemi di ricollocazione di un neo-disoccupato giovane. Infatti, questi ultimi sono meglio predisposti a imparare e rappresentano per un datore di lavoro un investimento maggiore, in quanto impiegabile nel lavoro potenzialmente per più tempo. Hanno quindi più possibilità di essere assunti, mentre i lavoratori anziani hanno meno anni di impiego da valorizzare. Per questo motivo, tendenzialmente, si predilige assumere i giovani anziché ex-occupati anziani. Infatti la percentuale di disoccupati anziani che trovano un altro lavoro entro un anno è inferiore di quasi dieci punti percentuali, degli adulti disoccupati che vengono riassunti entro 12 mesi.
I dati relativi all’occupazione sono inevitabilmente legati all’inattività, infatti, una recente pubblicazione dell’Eurostat denuncia che l’Italia è il paese con più “scoraggiati” in ambito lavorativo: si stimano 3,5 milioni di persone, definiti forza lavoro potenziale, non occupati che non cercano. In dettaglio, si può affermare che il nostro paese abbia, nel contesto europeo, uno dei più bassi tassi sia di disoccupati che di occupati anziani. Le due cose, che sembrano inconciliabili, si spiegano con un alto numero di inattivi. Il dato, caratteristico dello scenario pre-crisi, non risulta mutato in modo significativo dopo il 2008. Dall’inizio della recessione pochi sono stati i cambiamenti che hanno investito la composizione della popolazione 55-64 anni, è infatti cresciuta la fascia delle donne occupate, riducendosi parallelamente il numero delle inattive, mentre è lievemente incrementato il tasso delle disoccupate; per gli uomini si ha una situazione analoga, è aumentata quindi la percentuale di disoccupazione, in misura minore degli adulti nella stessa condizione.
Perciò la questione della formazione non è l’unico fattore che può spiegare la maggiore disoccupazione adulta rispetto a quella anziana, infatti coesistono con essa la situazione di bassa occupazione tra i 55-64, dovuta al largo uso che si è fatto del prepensionamento e alla tendenza delle donne a non lavorare, e la conseguente preoccupazione generale per le condizioni degli over 55 in difficoltà di riqualificazione.

 

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