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Brexit: la fine della swinging London?

di Umberto Schiavella

Schermata 2016-06-14 alle 15.06.36Per la prima volta nella sua vita Vivienne Westwood, la famosa stilista inglese, ha indossato una t-shirt “governativa”. Nota per le sue campagne politiche a favore dei diritti degli animali, per la salvaguardia dell’ambiente e per l’indipendenza della Scozia, questa volta si è spesa per la sua nazione e, in particolare, per evitare la cosiddetta Brexit, cioè l’uscita dell’Inghilterra dalla UE. Insignita del titolo di Dama dell’Ordine dell’Impero Britannico dalla Regina Elisabetta II, la Westwood iniziò la sua carriera negli anni ’70 con l’apertura del suo primo negozio “Let It Rock” insieme al suo compagno Malcom McLaren, futuro manager dei Sex Pistols e padre putativo del punk inglese. Vivienne Westwood, riassume in sé arte, moda e musica ed è la perfetta icona dello stile e della cultura inglese. Moda e musica sempre insieme e mai separate, in questo l’Inghilterra è sempre stata ai massimi livelli, dalle minigonne di Mary Quant ai Beatles, dagli abiti trasgressivi della Westwood al punk, fino ai giorni nostri, due fenomeni sociali legati indissolubilmente insieme. Ma cosa potrebbe succedere alla moda e alla musica inglese se il 23 giugno i cittadini di sua maestà decideranno di lasciare l’Europa?
La rivista inglese Business of Fashion, recentemente, ha pubblicato un editoriale dove sostiene che l’uscita del Regno Unito dall’Europa provocherebbe una serie di danni al mondo della moda inglese. Una posizione condivisa e appoggiata dagli addetti ai lavori, tra cui anche Vivienne Westwood, certamente. Secondo il magazine britannico la prima conseguenza della Brexit riguarderebbe l’adorata sterlina. Già lo scorso febbraio, appena Cameron annunciò il referendum, il valore del Pound diminuì quasi dell’1,3% rispetto al dollaro americano arrivando a toccare la quotazione di 1.4058 dollari, il livello più basso mai raggiunto dal marzo 2009. Secondo alcune stime della banca inglese HSBC, il valore della moneta di sua maestà potrebbe diminuire ancora del 20% in caso di uscita dalla UE. Questo colpirebbe tutte quelle case di moda del Regno Unito che producono i loro capi in paesi esteri come la Cina e dove gli operai e le materie prime vengono pagati in dollari: una sterlina debole significherebbe per queste aziende maggiori costi, costi che immancabilmente si ripercuoterebbero sui prezzi dei prodotti finiti. E’ ovvio che una sterlina debole favorirebbe le vendite ai clienti stranieri che di rimando avrebbero un maggiore potere d’acquisto sui prodotti made in England, inoltre, andare in vacanza in Inghilterra diventerebbe meno costoso di quanto lo è adesso, una situazione che potrebbe essere vantaggiosa per quelle aziende che producono in Inghilterra. La svalutazione della sterlina potrebbe far levitare i prezzi dei prodotti importati dall’estero come i capi d’abbigliamento, le scarpe e gli accessori, inoltre gli stessi britannici spenderebbero meno, specialmente all’estero e questo potrebbe avere delle ripercussioni anche sulle aziende di moda straniere. Se l’Inghilterra dovesse lasciare l’Europa tutti gli accordi commerciali con la stessa Unione Europea e gli altri paesi del mondo salterebbero e il governo inglese sarebbe costretto a negoziarne di nuovi. Un processo che impiegherebbe molto tempo e che potrebbe non garantire i vantaggi acquisiti fino ad oggi. Se il Regno Unito non riuscisse ad ottenere condizioni simili a quelle odierne, nuove tasse e balzelli potrebbero inficiare il mercato del lusso e l’industria della moda inglese. Oltre ad essere la sede di una delle più importanti Fashion Week del mondo, Londra è anche la sede di numerose e prestigiose scuole di moda e design: Central Saint Martins, il Royal College of Art, per dirne alcune, tutte scuole che ricevono fondi dall’Unione Europea sia per la ricerca che per finanziare i programmi degli studenti, fondi sui quali gli amministratori delle scuole non potranno più contare. Sempre secondo Business of Fashion questo comporterebbe un lento declino del panorama della moda londinese, soprattutto per il fatto che, molti studenti, una volta affermatisi, rimangono a Londra dove fondano le loro case di moda. Infine, anche la libertà di movimento all’interno dell’Unione Europea ha permesso al mondo della moda di vivere e proliferare, molti sarti, creativi e designer godono proprio di questo privilegio nel svolgere il proprio lavoro senza perdere tempo e denaro in visti o permessi speciali; l’uscita dalla UE potrebbe rendere più complicato spostarsi, lavorare e/o aprire una sede o un ufficio in tutto il Regno Unito.

DALLA MODA ALLA MUSICA
In Inghilterra il settore musicale è fortissimo, lo è da sempre, solo lo scorso anno l’industria della musica ha superato del 5% gli introiti derivanti dagli altri settori e gli artisti britannici hanno, da soli, rappresentato il 17% del totale delle vendite di album nei sei principali mercati europei, dopo il Regno Unito, come Germania, Francia, Svezia, Italia, Olanda e Spagna. La rivista americana Pitchfork ha analizzato gli scenari relativi al modo dell’industria musicale inglese che potrebbero delinearsi in seguito all’uscita dell’Inghilterra dalla comunità europea. La musica dal vivo verrebbe colpita al cuore, le band inglesi non avrebbero più libertà di movimento e sarebbero invischiate nelle procedure di visto per entrare in ogni singolo paese europeo, procedure che comportano costi elevati. Anche le loro attrezzature non si muoverebbero liberamente come prima, sarebbero necessari tutta una serie di documenti per sdoganare, ogni volta che si passa da un paese ad un altro, tutti gli equipaggiamenti che gli artisti usano per le loro performance, cosa che aggraverebbe, e di molto, tempi e costi dei concerti live.
Anche il mercato dei Festival sarebbe compromesso dalla Brexit perché diventerebbe più difficile ottenere visti e permessi per ospitare le band straniere, Pitchfork sottolinea come il turismo musicale legato a questi eventi subirebbe delle perdite incalcolabili: nel 2014 il turismo musicale ha generato introiti per circa 3,1 miliardi di sterline con un aumento del 39% dei turisti stranieri che frequentano eventi musicali nel corso degli ultimi quattro anni. Anche le etichette discografiche sono contro l’uscita dell’Inghilterra dall’Europa. Pitchfork riporta un recente sondaggio della BPI (British Phonographic Industry) che mostra come il 68% delle case discografiche inglesi vuole rimanere in Europa, in virtù del fatto che un quarto della musica registrata del totale del mercato europeo arriva proprio dal Regno Unito, un settore vivo che contribuisce a creare posti di lavoro e a finanziare elevati investimenti nel mondo della musica. Il sondaggio ha evidenziato come il 47% dei ricavi del mondo della musica inglese derivano proprio dal mercato europeo e di questi, il 18% riesce ad arrivare ad una cifra che supera il 75%; il 59% dichiara che sarà più difficile promuovere le band e gli artisti inglesi in caso di uscita dall’Ue; il 56% ritiene che la Brexit potrebbe comportare una serie di conseguenze negative per i fan in tutto il mondo. Pitchfork sottolinea come l’Europa sta andando verso un mercato digitale unico che interesserà molto l’industria musicale e non solo quella inglese, un mercato che proteggerà la proprietà intellettuale e il copyright e faciliterà la libera circolazione dei contenuti digitali, elementi oggi messi in discussione dai grandi player come Google, Apple e Amazon e che riguardano sia le grandi major che le etichette indipendenti. Infine, la Brexit influirebbe anche su un mercato particolare ritornato in auge in questi tempi: quello del vinile. Molte etichette discografiche inglesi hanno ripreso a stampare dischi in vinile dei loro artisti e band, un mercato in forte ascesa che ha stupito tutti per la sua grande ripresa dopo essere stato surclassato dalla vendita dei CD e del digitale. La maggior parte dei vinili presenti oggi sul mercato viene stampata all’estero e questo comporterebbe un forte aumento dei prezzi legato soprattutto ai dazi e alle tasse che le etichette in primis e il consumatore finale dovrebbero affrontare, un danno enorme per le etichette indipendenti che vivono di questo mercato, ma anche per le major.

 

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