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“Dopo di noi”, perché è un passo importante

di Silvia Capone

famiglia_crisiIl 14 giugno è stato approvato alla Camera il disegno di legge noto come il “dopo di noi”, in risposta alle numerose sollecitazioni di parenti delle persone con disabilità preoccupate per un futuro in cui i congiunti, non autosufficienti, si troveranno ad essere da soli. Il provvedimento è passato alla Camera, con 312 voti favorevoli, 64 contrari e 26 astenuti. La norma, composta da 10 articoli, prevede “misure di sussistenza in favore di persone affette da disabilità grave nonché delle persone disabili prive di sostegno familiare” e l’istituzione di un Fondo, per le persone con disabilità, presso il Ministero del lavoro e delle politiche sociali, pari a 90 milioni di euro per il 2016, 38,3 per il 2017 e 56,1 milioni annui a decorrere dal 2018, anche se i requisiti per l’accesso non sono ancora stati stabiliti. Un traguardo è stato raggiunto con gli articoli 5 e 6, i quali prevedono sgravi fiscali per le polizze assicurative, l’incentivo a stipulare trust e l’esenzione da imposte sulla successione e sul trasferimento di beni in favore di individui disabili, se hanno come finalità la sussistenza di questi ultimi. La norma è quindi finalizzata a creare e investire in strutture abitative di tipo familiare e consentire ai genitori di mettere a punto un programma individuale per l’assistenza del congiunto, in modo tale che possa accrescere la consapevolezza e sviluppare competenze di gestione della vita quotidiana per il raggiungimento del maggior livello di autonomia possibile. Nonostante quel che possono sembrare ottime intenzioni, il disegno di legge è stato criticato perché secondo alcuni è solo un modo per agevolare privati e assicurazioni, e, in particolar modo, secondo Falabella, presidente della Federazione italiana per il superamento dell’handicap, è necessario chiarire e specificare se “il Fondo è destinato solo a strutture che utilizzano fondi pubblici, o è anche per strutture private ”. Infatti questo secondo caso, favorirebbe solo quelle famiglie che hanno la possibilità di lasciare in eredità una somma adeguata al mantenimento di disabili in strutture private. Ad ogni modo la legge non può non essere considerata un passo in avanti nella tutela e assistenza di tutte quelle persone che hanno disabilità di diverso tipo che in Italia si stimano essere, secondo il censimento dell’Istat del 2011, circa 2.790.000, il dato è però approssimativo perché non include, ovviamente, i bambini di età inferiore ai sei anni. La norma è stata fortemente voluta dall’Associazione nazionale di famiglie di persone con disabilità intellettiva o relazionale, Anffas, contrari al’ospedalizzazione automatica quando essi verranno a mancare. L’associazione si è battuta per la costruzione di strutture comunitarie e familiari, che verranno realizzate grazie al Fondo, improntate alla socializzazione dell’individuo con l’esterno e alla sua responsabilizzazione. Questo ruolo è gia svolto, in Italia, da istituti familiari privati e da associazioni e organizzazioni no-profit, che hanno come obiettivo quello di rendere auonomi i ragazzi disabili, per quanto loro possibile, nei piccoli gesti quotidiani. Attività di questo tipo, coniugate con l’apprendimento di lavoro manuale, permettono di combattere l’emarginazione sociale a cui persone disabili sono soggette spesso consapevolmente. La scuola, primaria agenzia di socializzazione, non sempre riesce a svolgere appieno questo compito, ma nei casi di eccellenza sostiene l’integrazione dei ragazzi disabili. Per questo motivo molti istituti scolastici consentono alle famiglie degli alunni con disabilità di prolungare di qualche anno la durata degli studi. Il metodo, a cui molti fanno ricorso, posticipa il reale problema dei genitori, che si presenta nel momento in cui i figli sono a casa, che oltre ad una presenza di sussistenza, necessitano di non interrompere il processo di socializzazione e integrazione. Essere “relegati” nelle mura di casa, anche se in compagnia di un tutore, oltre ad essere noioso e improduttivo per chiunque, diventa maggiormente gravoso per dei ragazzi disabili, portati così all’isolamento. Non tutte le famiglie possono permettersi di affidare i propri congiunti a istituti privati o centri diurni specializzati, sia per problemi economici sia per la mancanza di sufficienti strutture in tutto il territorio. A provare questo è la presenza di piccole associazioni che agiscono in in ambito locale, pensate e gestite da genitori o familiari di persone disabili. Ne esistono di vario genere, da quelle agricole che propongono lavoro giornaliero in collaborazione con associazioni territoriali e scuola, a quelle pomeridiane, con programmi di sviluppo dell’autonomia, per attività quali la preparazione della colazione. Un lavoro stabile e retribuito aiuterebbe ancor di più a rendere responsabili, se il tipo di disabilità lo permette ovviamente. secondo l’ISTAT il 66% delle persone con disabilità è fuori del mercato del lavoro: il 43,9% è in pensione e il 21,8% è inabile al lavoro, mentre solo il 3,5% è occupato e lo 0,9% cerca un’occupazione.Ogni forma di coinvolgimento aiuta gli adulti, ma soprattutto i ragazzi a non autoescludersi e ad abituarsi al mondo.

 

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