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L’industria agroalimentare non teme Brexit

Agroalimentare-2Il settore agroalimentare italiano gode di buona salute, cresce più del Pil (ad un ritmo di gran lunga superiore) e l’export registra incrementi record, di fatto un traino del Made in Italy. Ma cosa accadrebbe all’intero comparto in caso di Brexit? È una domanda sensata, molto più che il Regno Unito è tra i maggiori mercati in Europa per la nostra industria alimentare.
A questa domanda hanno provato a rispondere le principali associazioni di categoria interessate. Federalimentare, ad esempio, sostiene che in caso di Brexit il peggio sarebbe per gli inglesi, sia produttori che consumatori. Questo perché il Regno Unito ha spesso eluso politiche volte all’innalzamento degli standard, mentre in Italia sono alla base delle nostre eccellenze. Motivo per cui la domanda di prodotti potrebbe non calare, anche in virtù del peso del mercato britannico sull’export alimentare italiano: il 9,7% del totale.
In un’analisi condotta per l’Ansa, Coldiretti Federalimentare e Alleanza delle coop agroalimentari non prevedono stravolgimenti negativi. Del resto l’export dei nostri prodotti verso il Regno Unito è cresciuto senza sosta negli anni della crisi, raggiungendo nel 2015 i 2,8 miliardi, vale a dire una crescita del 9,5% rispetto al 2014 e del 56,4% sul 2007. In sostanza i rischi sarebbero marginali, legati in buona parte alla perdita di velocità del Pil inglese.
Ma come si diceva all’inizio è il settore nel suo complesso a registrare performance di spessore. Secondo il Food Industry Monitor, nel 2015 il settore ha evidenziato un aumento nei ricavi del 4,6%, attestandosi, appunto, su valori superiori alla crescita del PIL (+0,8% l’anno scorso, dopo tre in flessione). Il trend, in realtà, è consolidato dal 2010. Come già osservato da Coldiretti, le esportazioni nel 2015 sono cresciute del 9%, mettendo a segno le migliori performance tra i diversi settori merceologici.
Eventuali rischi derivanti dalla Brexit potrebbero, piuttosto, essere legati alle regole (dazi sull’import e sull’export, denominazioni) e dunque colpire principalmente i produttori britannici non avendo assicurati i fondi previsti dalla Politica agricola comune. Si rederebbe, inoltre, più difficile l’accesso ai mercati europei, un ostacolo che oltremanica sembra allarmare non poco gli imprenditori agricoli.

 

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