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Unione europea, Londra si chiama fuori

di Fabio Germani

londraI cittadini britannici hanno deciso, il referendum ha sancito che il Regno Unito non farà più parte dell’Ue. Il voto fa emergere in verità una spaccatura, in quanto il fronte del “leave” ha avuto la meglio sul fronte del “remain” per 52 a 48, praticamente le parti invertite rispetto ai primi opinion polls di YouGov che in un primo momento hanno fatto pensare ad una permanenza del Regno Unito nell’Unione europea. Mano a mano che i dati reali venivano diffusi si è cominciato a capire che per l’Ue si sarebbe messa dura. A poco è valsa la campagna contraria alla Brexit – nei mesi che hanno anticipato il voto diversi studi hanno prospettato scenari economici certo non esaltanti per Londra – né la morte della deputata laburista pro Ue, Jo Cox, aggredita ad una settimana dal referendum, evento drammatico che pure aveva ricompattato il fronte del “remain”, sono riusciti a scongiurare tale possibilità.
Il premier britannico, il conservatore David Cameron, aveva subordinato la sua sopravvivenza politica all’esito del referendum, motivo per cui il leader del partito euroscettico Ukip, Nigel Farage, tra i principali sostenitori dell’uscita dall’Ue, sta in queste ore chiedendo le sue dimissioni. In effetti, il voto del 23 giugno, avrà grosse ripercussioni politiche. Due su tutte: la prima di politica interna, con Cameron che dovrà giustificare la (propria) disfatta e il rischio – già paventato oltremanica – di una Scozia che, caduto anche il vincolo europeo, potrebbe optare per un secondo tentativo di indipendenza dal Regno Unito nel giro di poco tempo; la seconda di politica comunitaria: la Brexit non significa tanto lo sgretolamento dell’Ue, bensì la caduta del suo ideale. Che sarebbe stato messo comunque a dura prova, anche in caso di Bremain.
È doveroso, infatti, un passo indietro. Come si è arrivati al referendum sulla Brexit. Durante la campagna elettorale del 2015, Cameron assicurò che avrebbe presto indetto una consultazione popolare sulla permanenza o meno del Regno Unito in Europa, accogliendo le richieste di alcuni colleghi di partito e delle opposizioni euroscettiche. A inizio anno, però, Cameron è riuscito a strappare un accordo con Bruxelles che avrebbe garantito di fatto alla Gran Bretagna una sorta di statuto speciale all’interno dell’Unione, che va dalla politica estera (Londra non si sarebbe impegnata ad una maggiore integrazione europea) all’immigrazione (un accesso non immediato, cioè graduale, ai sussidi per non gravare troppo sui conti pubbblici; la quantità dei soldi ricevuti tramite sussidi dai migranti sarebbe stata calcolata sulla base del costo della vita del paese di origine e non del Regno Unito), fino alla conferma del “no” all’ingresso nell’Eurozona, passando per determinato livello di indipendenza degli istituti bancari di Londra. Il premier, insomma, presentò tutto questo all’opinione pubblica come un grande successo diplomatico, un modo efficace di riformare l’Europa dall’interno: di qui la campagna, a referendum ormai programmato, a favore del “sì”. Tanti osservatori erano d’accordo nel sostenere che un successo non particolarmente schiacciante del “remain” avrebbe costituito lo stesso un enorme problema. Perché il precedente potrebbe spingere altri paesi a fare altrettanto in futuro, specie dove le forze anti-Ue sono più radicate.
Per quanto riguarda infine le conseguenze economiche del referendum, se ne è parlato a lungo in queste settimane. L’effetto più immediato riguarderà la necessità di dover rinegoziare gli accordi commerciali, con i paesi Ue e quelli extra-Ue (in quanto alcuni specifici vincoli – ad esempio il livello dei dazi sui prodotti – rientrano nei 58 trattati già firmati dall’Ue).
Ora il Regno Unito dovrà fare richiesta formale di uscita dall’Ue, così come previsto dal Trattato di Lisbona.

@fabiogermani

 

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