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UK fuori dall’Ue: i tempi e le modalità

di Valentina Merlo

brexit_ueVenerdì 24 giugno, con la vittoria del leave, il Regno Unito ha scelto di mettere fine a quarantatré anni d’appartenenza all’Unione Europea. Nel clima di incertezza generato dal risultato del referendum sono ancora molte le domande su eventualità, modalità e tempi del “divorzio” tra Londra e Bruxelles, che, al momento, sembra voler accelerare il più possibile i tempi. A questo proposito le intenzioni dei leader europei, arrabbiati e delusi, sono molto chiare; il ministro degli esteri tedesco, Frank-Walter Steinmeier, ha detto: “Questo processo deve cominciare il più presto possibile” e, come lui, anche il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker ha dichiarato: “Non ha alcun senso aspettare fino a ottobre per negoziare l’uscita di Londra”. In effetti, una rapida uscita di scena del Regno Unito, limiterebbe l’instabilità in Europa ed eviterebbe che la permanenza all’interno dell’Unione venisse messa in discussione da altri paesi.
Tuttavia, per quanto gli europei vogliano accelerare il processo di uscita del Regno Unito, hanno pochi mezzi per farlo. Non è infatti previsto alcun meccanismo per costringere uno Stato a uscire dall’Ue. Ovviamente i trattati europei prevedono la procedura di separazione, ma solo se invocata direttamente dallo Stato interessato. A tale proposito l’articolo 50 del trattato di Lisbona, ratificato nel 2009, stabilisce che “ogni stato membro può decidere di recedere dall’Unione conformemente alle proprie norme costituzionali”. Una formulazione vaga: 250 parole, cinque paragrafi, per una procedura che tutto è, meno che semplice.
Lo Stato che decide di lasciare L’Ue deve informare il Consiglio europeo della sua intenzione e negoziare un accordo sul suo ritiro, stabilendo le basi giuridiche per un futuro rapporto con l’Unione europea. L’accordo deve essere approvato da una maggioranza qualificata degli stati membri e deve avere il consenso del parlamento europeo. I negoziatori hanno due anni a disposizione dalla data in cui viene chiesta l’applicazione dell’articolo 50 per concludere un accordo, ma questo termine può essere esteso. Proprio i tempi per il ricorso all’articolo 50 sono diventati il principale contenzioso dopo il referendum del 23 giugno. Alla mozione in cui il Parlamento europeo chiedeva al primo ministro britannico di invocare rapidamente l’articolo 50, dopo la vittoria della Brexit, David Cameron ha risposto che non c’è fretta di procedere: “Una trattativa con l’Unione europea dovrà essere intrapresa da un nuovo primo ministro e penso che sia giusto che questo nuovo premier prenda la decisione su quando far ricorso all’articolo 50 e avviare il processo formale per lasciare l’Unione europea”. Anche i sostenitori della Brexit all’interno dello schieramento conservatore sono determinati ad aspettare: non vogliono che il Regno Unito si sieda al tavolo delle trattative con una leadership debole come quella di un premier dimissionario.
In ogni caso, finché la separazione non sarà definitiva, il Regno Unito resterà uno degli stati membri dell’Unione. I suoi ministri potranno partecipare ai consigli dei ministri, a meno che le riunioni non riguardino le modalità di separazione, mentre gli eurodeputati britannici continueranno a partecipare ai lavori del parlamento di Strasburgo.
Dopo la separazione, per il Regno Unito, che a quel punto sarà considerato come un paese terzo, l’urgenza principale sarà costruire nuove relazioni economiche con l’Unione.
Le aziende di servizi e le industrie britanniche perderanno di fatto il loro accesso privilegiato al mercato comunitario e dovranno pagare per intero i dazi doganali. Le banche perderanno invece il passaporto europeo che finora gli ha consentito di operare ovunque nell’Unione.
Resta da vedere se, per riallacciare i rapporti con Bruxelles, Londra punterà su un semplice accordo di libero scambio o su uno che mescoli componenti commerciali e politiche, come quelli per i rapporti con Islanda e Norvegia. Tutti questi negoziati potrebbero durare anni, anche senza tirare in ballo la questione degli accordi che l’Unione ha con i paesi asiatici, latinoamericani o africani. Il Regno Unito dovrà rinegoziarli tutti.
Secondo i più ottimisti le discussioni potrebbero concludersi in meno di un anno. Secondo altri uno scenario di questo genere è semplicemente impossibile.
Nel concreto è necessario sciogliere i nodi di migliaia di legislazioni comuni. Per evitare falle giuridiche, il Regno Unito dovrà annullare i regolamenti dell’Ue con applicazione immediata nei paesi membri e rimpiazzarli con altri testi di legge nazionali. Il Regno Unito dovrà anche dotarsi di agenzie di controllo nazionali visto che non sarà più sottomessa alle decisioni delle agenzie che agiscono in nome della Commissione. Un’operazione difficile da fare in uno Stato in cui il fronte “euroscettico” inizia a sfaldarsi già all’indomani della sua vittoria. Le recenti dimissioni presentate dal leader del Partito per l’indipendenza del Regno Unito, Nigel Farage, sono amare e segnano un punto paradossale nella vicenda Brexit. Farage ha infatti deciso di lasciare la testa dell’Ukip, ma di mantenere il suo seggio da europarlamentare. Come se la vittoria del fronte del leave fosse un incidente di percorso anche per i suoi fautori.

 

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