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Tregua olimpica, utopia o reale possibilità?

di Silvia Capone

olimpiadiIl segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon lancia un appello a tutti i paesi del mondo, attraverso un video pubblicato su un social network, in cui auspica ed esorta una Tregua Olimpica, ovvero un periodo di “cessate il fuoco” almeno per la durata dei giochi di Rio 2016. La pace temporanea era in uso già per le Olimpiadi antiche, i greci infatti necessitavano di questo accordo per far circolare senza rischi spettatori e atleti e per non ostacolare lo svolgimento stesso dei giochi. Nonostante gli esempi e le premesse, la Tregua Olimpica non ha riscosso consensi da parte dei paesi protagonisti di conflitti, tanto che il principio di base è stato rovesciato durante la Prima e la Seconda Guerra Mondiale nelle quali la competizione olimpica è stata sospesa proprio a causa delle azioni belliche, nel 1916, 1940 e 1944.
Dal 1992 il Comitato Olimpico Internazionale chiede ufficialmente alla comunità mondiale, con il supporto dell’Onu, di deporre le armi nel periodo dei giochi, cessando ogni guerra interna e esterna ai paesi. Da allora però nessun paese coinvolto in scontri armati ha accettato l’invito, anzi il caso più eclatante è avvenuto in occasione delle Olimpiadi di Pechino 2008 durante le quali scoppiò il conflitto tra Russia e Georgia. Un altro piccolo, ma solo formale, passo avanti per garantire un periodo di pace è stato apportato con la “Dichiarazione del Millennio” adottata nel 2000 dai 193 stati membri dell’Onu, in cui oltre a obiettivi comuni di sviluppo e parità, si stipula un impegno a rispettare la Tregua Olimpica. La sospensione dei conflitti, come informale accordo è stato più volte messo in discussione nel corso delle Olimpiadi moderne, anche dai paesi detti democratici, a causa di motivi politici. Infatti subito dopo i conflitti mondiali, (in occasione dei giochi del 1920 e 1948) le nazioni vincitrici impedirono agli stati sconfitti di partecipare ai giochi, infrangendo così l’intento di superare le vicende passate. La tregua non è stata sempre rispettata neanche nei luoghi delle Olimpiadi, utilizzate come palcoscenico di dimostrazioni nei primi boicottaggi del 1968 contro il razzismo negli Usa e di gesti eclatanti come l’attentato terroristico alle Olimpiadi di Monaco del 1972. Proprio di un atto simile si ha paura per i giochi di Rio 2016 a causa della situazione globale e del clima di terrore. È quindi utopico credere che l’appello del segretario generale dell’Onu sortirà i suoi effetti e che proprio questa volta l’ideale olimpico di comprensione tra nazioni attraverso lo sport abbia la meglio.

 

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