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Le fabbriche dei click

di Umberto Schiavella

silicon_valleyNella puntata finale della serie Silicon Valley, gli autori ci mostrano come sia facile, ancora al giorno d’oggi, affidarsi ad una click farm per generare like, utenti attivi, follower e chi più ne ha ne metta… Jared, l’esperto di pianificazione aziendale, per sollevare il morale dei suoi soci e aumentare gli utenti attivi della piattaforma Pied Piper si affida ad una click farm in Bangladesh che per pochi dollari promette di incrementare download e utenze attive. Utenze attive fake, ovviamente, ma che attraverso un software Zombie-Script, creato dai suoi due colleghi, possono essere rese non rintracciabili mixando, in un certo senso, utenze reali e utenze fake.
Ovviamente non parliamo di un fenomeno nuovo, già nel 2013 era possibile acquistare falsi profili per aumentare i propri fan e/o like su Facebook, nonché i follower su Twitter. Nel mio passato da pubblicitario ho assistito in agenzia a riunioni dove si negava questo tipo di comportamento, per poi scoprire, il giorno dopo, che un determinato profilo Facebook era passato da 15 “mi piace”, quelli degli addetti ai lavori, a ben 570, così, nel giro di neanche 24 ore. Ebbene sì, è un comportamento che si riscontra ancora in molte agenzie di Digital PR e pubblicitarie, non tutte fortunatamente, ma molte, soprattutto le ultime arrivate, un comportamento praticato per aumentare la loro visibilità e non solo quella dei propri clienti. All’inizio del social advertising, più o meno a partire dalla seconda metà del 2009, questi stratagemmi non erano ancora necessari, vuoi per la novità del tipo di pubblicità online, vuoi perché l’importanza dei social stava crescendo piano piano e, ancora, si credeva nell’onestà del mezzo e, soprattutto, nella produzione di contenuti veri, reali e di qualità. Successivamente nacque quel fenomeno noto con il nome di Social Doping con lo scopo di aumentare fan e follower sia in ottica di popolarità che commerciale appoggiandosi prima ai bot, utenze automatiche generate da programmi in grado di creare degli account fake con relative interazioni, poi, in seguito all’adozione dei social della politica dell’identità reale, utilizzando le cosiddette click farm, ovvero delle vere e proprie fabbriche di click, dove migliaia di lavoratori sottopagati, si parla di poco meno di 1$ ogni mille click, svolgono un unico e ripetitivo compito, cioè quello di cliccare manualmente sui tasti “Mi piace”, segui, o su di una serie di banner, aumentando il capitale sociale degli account.
Nel 2015 Facebook annunciò che circa l’11% dei suoi, all’epoca, 1,23 miliardi di utenti attivi su base mensile erano finti, le stime parlavano di circa 120/170 milioni di utenti fake. Twitter, in base alle analisi condotte da CNet e SocialMediaExaminer, avrebbe una percentuale di utenti fake che si aggira intorno al 5/8,5% a cui si aggiungono, però, anche gli utenti inattivi, per un totale di utenti farlocchi che si aggira tra i 15 e i 20 milioni. Anche Instagram è corso ai ripari verso la fine del 2014 cancellando milioni di account, solo il canale ufficiale del social fotografico perse circa 19 milioni di follower, e si ipotizzava che il totale dei profili falsi si aggirasse intorno al 10%.
Nella pagina Facebook Business viene spiegato come si generano principalmente i “Mi piace” falsi distinguendo quattro diverse modalità:
1) Fonti di clic in cui le persone con account autentici su Facebook vengono pagate per mettere manualmente “Mi piace” a Pagine specifiche.
2) Account falsi che non rappresentano persone reali e vengono generati principalmente allo scopo di mettere “Mi piace” alle Pagine.
3) Account compromessi autonomamente in cui una persona installa consapevolmente malware o cede il controllo del proprio account al fine di ottenere un maggior numero di “Mi piace” per la propria Pagina.
4) Account compromessi che sono stati infettati da malware, portando l’account a mettere “Mi piace” a delle Pagine senza che i proprietari lo sappiano.
Secondo Facebook, le persone che si trovano dietro queste attività fraudolente sono individui razionali, spinti da motivazioni economiche. Ottengono profitti promettendo e generando “Mi piace” alle Pagine degli amministratori di tutto il mondo, che solitamente non comprendono le implicazioni negative legate all’acquisto di tali “Mi piace”. A partire da marzo 2015 Facebook contrasta l’acquisto dei finti “Mi piace” e finti fan grazie ad un uso più smart del suo algoritmo in grado di identificare comportamenti sospetti e scorretti bloccando e rimuovendo i profili fake insieme ai falsi “Mi piace”. Secondo gli amministratori di Facebook, i pacchetti di “Mi piace” fraudolenti sembrano rappresentare uno strumento utile per aumentare la percezione della popolarità della propria Pagina, ma i “Mi piace” finiscono per essere pregiudizievoli per le Pagine stesse e per gli amministratori che li acquistano. Infatti è improbabile che le persone a cui piace una Pagina in modo fraudolento interagiscano poi con essa dopo aver messo “Mi piace”. L’algoritmo del social di Menlo Park considera il tasso di coinvolgimento con la Pagina decidendo quando e dove mostrare le inserzioni e i contenuti legittimi di una Pagina in modo che per le Pagine con un alto numero di “Mi piace” artefatti sia più difficile e costoso raggiungere le persone a cui sono più interessate. Per Facebook e il suo corretto funzionamento è necessario conoscere le persone che sono connesse e che interagiscono con una Pagina, questo permette agli amministratori di raggiungere la maggior parte degli utenti che hanno un interesse autentico nella Pagina.
Il segreto è tutto nel coinvolgimento, non nel numero di “Mi Piace”. Costruire una fan base di sostenitori del brand significa coinvolgerli nella propria attività, non acquistarli in Bangladesh, creare contenuti, attivazioni, piani editoriali e tutta una serie di attività online e offline, il tutto allo scopo di pubblicizzare e poi vendere un prodotto e/o un servizio. Per le aziende la reputazione è tutto, la credibilità online diventa un tutt’uno con la riconoscibilità fisica, se un’azienda è valida lo è sia online che offline. L’utente medio ormai è in grado di recepire i meccanismi di Facebook. Se si trova davanti una Pagina con 100.000 Fan, ma l’ultima foto che è stata postata ha registrato solo 10 “Mi Piace” è lampante che c’è qualcosa che non torna. Acquistando fan, follower e “Mi piace” si annulla l’engagement naturale del social network, perché ci si ritrova di fronte ad utenti che non interagiscono rischiando così di perdere credibilità.
Ma anche le click farm si sono evolute in questi anni, le “migliori” riescono a garantire follower attivi al 100%, protezione fino a 5 anni dal defollow, garanzia di approvazione dello Status People Detection, geotargetizzazione per nazione o città, targettizzazione per parole chiave o informazioni contenute nel profilo, sottoscrizione di nuovi fan mensile ed erogazione giornaliera (in modo da evitare i sospetti aumenti di fan in un ristretto periodo di tempo).
Insomma, lo Zombie-Script dei programmatori della serie Silicon Valley potrebbe anche non servire.

 

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