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Festival musicali: un business in continua ascesa

di Umberto Schiavella

concertoOrmai è assodato: il futuro della musica risiede nei live e nello streaming. La battaglia è dura e la concorrenza è molta. Spotify, Apple Music, Tidal e Deezer sono le piattaforme che generano i maggiori incassi dell’industria musicale anche a fronte di un dimezzamento di questo settore che ha iniziato ad entrare in crisi verso il 1999. Si tratta di una fruizione, in un certo senso passiva e personale, basta scegliere una playlist e il gioco è fatto, nulla a che vedere con il coinvolgimento, lo scambio e la condivisione che avveniva prima del boom digitale: chi ricorda le registrazioni degli LP su cassetta da offrire agli amici in cambio di altri artisti sempre rigorosamente registrati sulle mitiche TDK da 90 minuti? Oppure i famosi bootleg registrati in maniera più o meno ufficiale durante i concerti e spacciati in barba ai diritti d’autore, robe finite nel dimenticatoio.
Di pari passo stiamo assistendo ad una vera rinascita della musica dal vivo, confermata anche delle recenti reunion di band ormai sciolte da anni, una su tutte i Guns N‘Roses, che hanno capito che per monetizzare di più la loro “storia musicale” hanno deciso di iniziare di nuovo a solcare i grandi palchi, soprattutto quelli sempre più numerosi dei festival. Solo quest’anno negli Stati Uniti sono in programma 173 festival musicali. Secondo l’istituto di ricerca di mercato Nielsen, nel 2014 ben 32 milioni di persone hanno partecipato ad un festival musicale negli Stati Uniti. Si tratta di numeri da capogiro che hanno determinato, nel corso di un paio d’anni, la moltiplicazione degli appuntamenti festivalieri.
Tra i festival più famosi e di tendenza c’è sicuramente il Coachella che si tiene in California, più precisamente a Indio, una piccola città desertica che conta circa 75.000 anime, ma che, durante il mese di aprile si popola all’inverosimile. Negli ultimi quattro anni il festival ha battuto tutti i suoi precedenti record di incassi arrivando, nel 2015, alla cifra di 84 milioni di dollari. Un successo senza limiti tanto che il consiglio comunale di Indio ha già approvato la vendita di altri 25.000 biglietti in più per il 2017. Si tratta di un grande business per tutta l’area di Palm Springs che ha visto crescere ancora di più il giro d’affari con l’introduzione, a partire dal 2007, dello Stagecoach, un festival della durata di tre giorni dedicato esclusivamente alla musica country. Quest’anno, nel giro di tre settimane, sono intervenute circa 250.000 persone innescando un impatto economico sul territorio di ben 400 milioni di dollari. Nel 2015 il turismo nella zona di Palm Springs ha generato 6,4 miliardi di dollari di spesa con un aumento del 10% rispetto al 2013 secondo i dati dell’ufficio Greater Palm Springs Convention and Visitors Bureau.
Numeri di tutto rispetto, ma che, a quanto sembra, saranno doppiati da un nuovo evento che si svolgerà ad ottobre, il Desert Trip Festival. Una line up leggendaria: Rolling Stones, Bob Dylan, Paul McCartney, Neil Young e, last but not the least, The Who. Un live che, secondo gli organizzatori sarà in grado di generare 805 milioni di dollari, quasi il doppio degli introiti del Coachella e dello Stagecoach messi insieme.
Anche l’Europa ha i suoi festival storici e di riferimento. Il più famoso è sicuramente il festival di Glanstonbury, nato nel 1971, lo scorso anno ha venduto ben 175.000 biglietti al giorno, incassando complessivamente 325 milioni di sterline raggiungendo, così, il traguardo di 2.8 milioni di paganti da quando il festival ha visto la luce. In Danimarca, il famoso Roskilde Festival, nell’edizione del 2015, ha venduto ben 90 mila biglietti, ma il vero record è quello conseguito dallo storico Sziget Festival: nato nel 1993 a Budapest si svolge in un’isola in mezzo al Danubio, nel 2014 ha raggiunto il numero di 415 mila presenze. Un vero e proprio record mondiale anche in relazione alla sua durata: una settimana invece del classico weekend.
La Spagna si conferma la terra promessa europea dei festival: il Sonar e il Primavera Sound sfornano numeri di tutto rispetto. Il Sonar, la cui prima edizione risale al 1994, è dedicato completamente alla musica elettronica e all’arte multimediale, si svolge in diverse location di Barcellona e, nel 2014, ha totalizzato 100 mila biglietti venduti con ben 40 milioni di euro di introiti. Il Primavera Sound è, invece, il festival dedicato alla musica indipendente, secondo al mondo per reputazione e prestigio tra i raduni indie solo al Coachella, con 198 mila biglietti venduti e 98,4 milioni di euro di indotto sempre nel 2014. Secondo uno studio pubblicato nel 2015 dall’agenzia di comunicazione londinese Dentsu Aegis e basato su dati raccolti proprio durante l’edizione 2014, gli spettatori presenti sono stati 191.800 di cui il 26%  di Barcellona e almeno il 46%  stranieri, provenienti da 140 nazioni, con un’età media che va dai 25 ai 35 anni d’età. Un pubblico che spende in media 544 euro per persona (226 euro per i residenti e 780 per i visitatori). Questi ultimi hanno totalizzato un totale di 27.802 voli e 129.264 pernottamenti. Il festival si finanzia per la maggior parte con gli incassi: 39,7 milioni di euro provenienti dagli abbonamenti venduti agli spettatori a fronte di 3,7 milioni di euro provenienti dagli sponsor commerciali, a partire da Heinekein, partner strategico. Per quanto riguarda i finanziamenti pubblici il comune di Barcellona e la Generalitat catalana contribuiscono solo per il 2% del totale, rispetto al 15% proveniente dai partner commerciali. Infine è l’organizzazione stessa dell’evento ad investire di tasca propria con 11,3 milioni di euro.
E in Italia? La situazione non è proprio rosea. Negli anni abbiamo visto scomparire dei festival importanti. Fino al 2009 il Rototom Sunsplash Festival, il più grande evento europeo dedicato alla musica e alla cultura reggae, portava circa 150 mila persone a Osoppo, un piccolo paesino del Friuli-Venezia Giulia. Poi dopo varie inchieste sullo spaccio di droga, ingerenze politiche e il successivo taglio dei finanziamenti, ha chiesto asilo politico in Spagna alla cittadina di Benicassim, dove il festival continua inevitabilmente a crescere. Si tratta di un evento fondamentale per la piccola comunità spagnola che conta poco più di 12 mila abitanti ma che già è attrezzata e abituata alle grandi manifestazioni, in particolare proprio con il Festival di Benicassim, noto evento indie. Dal 2010, il Rototom versione spagnola raduna ben 240 mila persone.
Breve vita ebbe anche il Beach Bum Festival di Jesolo con all’attivo solo cinque edizioni dal 1995 al 1999. L’Arezzo Wave Love Festival e l’Heineken Jammin’ Festival erano grandi eventi musicali, ma non troppo radicati sul territorio che li ospitava. Il primo era uno storico festival alternativo nato nel 1987 e finanziato da enti pubblici come la Provincia e il Comune di Arezzo, ma anche dal Ministero della Cultura francese. In seguito ad alcune difficoltà finanziarie e “politiche”, tanto per cambiare, dal 2007 e fino al 2011 il festival ha cambiato nome in Italia Wave diventando un evento itinerante in varie città italiane. Nel 2012 è tornato ad Arezzo dove ha riadottato il nome originale, ma ha perso quella forza e quella particolarità che lo distingueva dagli altri festival nostrani. L’Heineken Jammin’ Festival è stato invece il primo esempio di festival italiano interamente sponsorizzato e brandizzato da un marchio commerciale. Per dieci anni è stato il festival italiano per eccellenza: dal 1998 al 2008 i biglietti venduti sono stati dai 100 mila ai 130 mila per edizione con ricavi che sono arrivati a 4,4 milioni di euro. Purtroppo, a partire dal 2007, una sfortunata serie di eventi ne ha poi determinato la cancellazione.
Di chi è la colpa? Sicuramente la poca apertura mentale da parte delle istituzioni locali, gli scarsi fondi pubblici, l’incapacità o la mancanza di volontà di utilizzare i fondi europei e scarsa capacità di attrarre gli investimenti dei privati: è per queste ragioni che il nostro Paese ha perso alcuni dei grandi eventi musicali tra i più importanti in Europa. Una perdita che non è solo culturale ma anche economica, abbiamo visto come in Europa e negli Stati Uniti i grandi festival sono in grado di generare incassi e un indotto di centinaia di milioni di euro.

 

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