Usa 2016. I primi cento giorni di Trump e Clinton | T-Mag | il magazine di Tecnè

Usa 2016. I primi cento giorni di Trump e Clinton

Sarà luna di miele oppure no? T-Mag ha provato a immaginare con Daniele Fiorentino, professore di Storia e Istituzioni degli Stati Uniti d'America all'Università degli Studi Roma Tre, come saranno i primi mesi dei due candidati alla Casa Bianca in caso di elezione
di Fabio Germani

Tante le questioni aperte che Barack Obama lascerà in eredità al suo successore. Il presidente uscente tifa Hillary Clinton, mentre Donald Trump – una minaccia per le politiche obamiane – paventa la possibilità di brogli elettorali. L’ex First Lady mantiene un certo distacco dal rivale, ma le possibilità di vittoria sono oggi più ridotte di quanto lo fossero poche settimane fa. L’incertezza porta scompiglio, l’ansia sale. A un giorno dall’election day, T-Mag prova a tracciare un quadro della situazione. Per farlo ha chiesto a Daniele Fiorentino, professore di Storia e Istituzioni degli Stati Uniti d’America all’Università degli Studi Roma Tre, di immaginare i primi cento giorni alla Casa Bianca di Clinton e Trump.

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Gennaio 2017. Hillary Clinton è presidente degli Stati Uniti. Nei mesi precedenti si era schierata al fianco della classe media e delle fasce meno abbienti, promettendo di aumentare il salario minimo. Professore, come immagina i primi cento giorni da presidente dell’ex segretario di Stato?
Non saranno certo i giorni della cosiddetta “luna di miele” per la nuova presidente. Il Partito Repubblicano è doppiamente amareggiato, innanzitutto per essersi fatto portar via la candidatura da un personaggio che poco ha a che fare con il partito e con la politica in generale, e poi perché Clinton è demonizzata quasi quanto lo è l’attuale presidente Obama. Di certo Hillary Clinton lavorerà su programmi sociali e non le sarà facile perché la situazione è davvero delicata. La classe media sta attraversando una crisi senza precedenti che può forse essere paragonata a quella degli anni Trenta. Gli afroamericani sono sempre più insofferenti verso un governo che sembra avere le mani legate, e Clinton non avrà gioco più facile di Obama. Trent’anni di politica liberista hanno ormai gettato un’ombra su qualunque programma di intervento pubblico negli Stati Uniti e ne abbiamo visto qualche segnale sulla questione dell’Obamacare. Non solo, ma molto probabilmente avrà una Camera dei Rappresentanti a maggioranza repubblicana e un Senato di stretta misura democratico. Nelle ultime settimane di campagna ha dichiarato di voler fare una politica bipartisan (mettendosi cioè d’accordo con l’opposizione), ma dubito le riuscirà. Non solo si troverà davanti una serie di crisi internazionali. Ma ha un vantaggio: ha una grande esperienza di politica estera. Direi che sarà una dei presidenti più esperti, e non solo in politica estera, della storia americana.

Invertiamo ora lo scenario: è Donald Trump il presidente degli Stati Uniti. In campagna elettorale il nuovo inquilino della Casa Bianca ha promesso come prima cosa una rinegoziazione degli accordi commerciali (NAFTA, TPP). Sulla politica interna, prevede un abbassamento delle tasse alle imprese e alle persone fisiche. E promette un maggior controllo ai confini, al fine di contrastare l’immigrazione irregolare.
Nonostante tutte le previsioni Trump è riuscito ad arrivare fino alla Casa Bianca, qualcosa che un anno fa sembrava fantapolitica, probabilmente anche per lui. Troverà sì una Camera dei Rappresentanti a lui favorevole, ma il Senato, i principali media e molta parte dell’opinione pubblica, soprattutto tra le minoranze che hanno votato Clinton, gli sono contro. Avrà un bel daffare per far passare quanto reclamato in campagna elettorale. Dovrà fare i conti innanzitutto con la Costituzione. Trump in campagna elettorale ha parlato di una sua presidenza come fosse un autocrate; per cui sembrava che una volta eletto avrebbe potuto fare quel che voleva, ma come si rende conto ora che è al potere, i checks and bilance della carta costituzionale americana non gli permettono mano libera in tutte le questioni. Proporrà di contenere fortemente se non proibire l’immigrazione soprattutto dall’America del Sud, ma dovrà fare i conti con i congressisti di origine latina; vorrà rinegoziare o annullare gli accordi commerciali internazionali, ma dovrà dare i conti con il Congresso, le lobbies e i grandi interessi finanziari che sono dietro a molte di queste decisioni. Ma soprattutto si comincerà a chiedere, o lo faranno i suoi consiglieri, se davvero ne vale la pena. Proporrà lo smantellamento di Obamacare, ma si renderà conto che l’operazione non è poi così facile. Insomma anche per lui i primi cento giorni non saranno di certo una passeggiata.

Potendo riassumere, quali le maggiori differenze che potrebbero caratterizzare i primi cento giorni dell’uno o dell’altra, soprattutto in rapporto al lascito dell’amministrazione Obama?
Per la prima volta in molto tempo nella storia americana le differenze saranno notevoli perché l’approccio è differente e diversa è la posizione che i due contendenti hanno sul come proiettare gli USA nel futuro. Innanzitutto ci sono le proposte di soluzione per la crisi della classe media, e poi la questione degli accordi commerciali internazionali. Da una parte Clinton andrà alla ricerca del consenso e di una politica di collaborazione, dall’altra Trump avvierà una politica decisionista che però ben presto si scontrerà con la realtà. Credo che un altro campo in cui le differenze sarebbero notevoli è quello della politica estera: più collaborativa con i partner internazionali con Clinton, più isolazionista e aggressiva con Trump.

Quali ritiene possano essere le possibili criticità in politica estera con Clinton presidente?
Uno dei problemi più scottanti per Clinton è di certo il Medio-Oriente, la situazione in Siria e la questione dello Stato islamico. Ovviamente questo rappresenta uno dei teatri più delicati delle relazioni internazionali in senso lato, ma per Clinton lo è ancora di più paradossalmente proprio per la sua grande esperienza in politica estera. Da Segretario di Stato prese decisioni gravi sulla questione e alcune di esse hanno segnato l’amministrazione Obama tanto sulla Siria quanto sulla Libia, che come vediamo sono diventate delle tragedie senza via d’uscita. Direttamente collegata a questa situazione c’è quella dei rapporti con la Russia di Putin che non gradisce, sembra chiaro, un’elezione di Hillary Clinton, e che ha assunto un ruolo determinante in una crisi che peraltro ha visto gli Stati Uniti riaprire verso l’Iran. Per sintetizzare, il quadro geopolitico mediorientale sommato ai rapporti con la Russia, sembrano davvero il possibile tallone d’Achille della candidata democratica. Infine c’è la Cina, ma quello è un rapporto delicato per qualunque presidente americano.

Quali, invece, le criticità in politica estera con Trump alla Casa Bianca?
Per Trump le criticità sono molteplici. Direi anzi che è tutto un gran punto interrogativo. Trump infatti non ha delineato un vero programma di politica estera. Ha fatto molte affermazioni ma molte di esse sono irrealizzabili o al di là dell’immaginabile. Un isolazionismo americano oggi sembra impossibile, così come un riavvicinamento con Putin, per quanto lui si vanti della stima reciproca con il presidente russo. Guarderebbe sicuramente alla Cina e ai rapporti commerciali con l’Asia in senso più lato. Non sappiamo cosa farebbe sulla questione siriana o sullo IS perché i suoi grandi proclami sulla ritrovata maggiore sicurezza e grandezza dell’America non sono accompagnati da spiegazioni ragionevoli. Molto dipenderà dallo staff che nominerà nei posti chiave e soprattutto il National Security Advisor e il Segretario di Stato.

Questioni razziali, economia, guerra all’Isis, Cina, Russia, Corea del Nord, cambiamento climatico: quale, tra questi temi, ritiene il più scottante per il presidente – al di là di chi vincerà le elezioni – nei primi cento giorni e perché?
Di certo la questione più delicata e critica per gli Stati Uniti è bifronte, cioè sono due problemi legati alla stessa situazione: il Medio-Oriente (e quindi guerra allo IS) e i rapporti con la Russia. Il prossimo presidente degli Stati Uniti dovrà, e si spera vorrà, evitare una nuova guerra fredda giocata soprattutto nel teatro siriano e libico. Quell’area rimane la polveriera internazionale. Questo non per sminuire l’importanza di altre situazioni come quella con la Corea del Nord o i difficili rapporti con i cinesi, che peraltro detengono una buona fetta del debito pubblico americano, ma perché quell’area è profondamente destabilizzata e gli Stati Uniti hanno contribuito in certa misura a portarla a quel punto.

@fabiogermani

Le puntate precedenti:
Usa 2016. “Vi spiego il fenomeno Trump”
Usa 2016. La cultura hip hop negli anni di Obama
Usa 2016. L’America si prepara al voto
Usa 2016. L’ultimo duello Trump-Clinton
Usa 2016. I media al fianco di Hillary

 

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