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Trump e i giornali

Parlare d’America e di quello che sta avvenendo dall’altra parte dell’Oceano in queste ore è molto difficile. C’è il rischio di cadere nel tranello del luogo comune, che come abbiamo detto tutti è stato alla base degli errori di valutazione per cui non siamo riusciti – noi quaggiù e soprattutto gli osservatori statunitensi – a comprendere il mood, a carpire le reali possibilità di vittoria dell’uno o dell’altro candidato. L’elezione di Donald Trump, ammettiamolo, è stato un fulmine a ciel sereno e lo è stato da ogni prospettiva, sia che facessimo il tifo per lui oppure no. Nessuno si aspettava una sua vittoria, non schiacciante, ma per come è strutturato il sistema americano comunque netta. Raccontano, diverse persone vicine alla campagna di Trump, che lo stesso presidente eletto sia rimasto stupito una volta chiaro l’esito del voto.
Ne abbiamo lette e sentite di tutti i tipi: colpa dei sondaggi, colpa degli analisti, colpa dei giornali che hanno perso la cognizione dell’ambiente circostante, perché troppo autoreferenziali (e narcisi). Ritengo ci sia del vero in queste affermazioni, senza però credere che questo basti a spiegare come sia accaduto che l’imprevisto abbia prevalso sul pensiero consolidato. Provo perciò a fare il punto della situazione, una serie di riflessioni maturate nei cinque giorni che hanno seguito l’elezione di Trump.

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