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Vendite in calo, la crisi dei quotidiani prosegue

La diminuzione delle copie vendute ha coinvolto grandi e piccoli gruppi editoriali
di Redazione

Nell’ultimo Osservatorio sulle comunicazioni, l’AGCOM – l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni – sottolinea la crisi dei quotidiani italiani. Lo fa riportando (preoccupanti) numeri: tra il 2011 e il 2015 le copie dei quotidiani vendute annualmente sono passate da 1,4 miliardi a 943 milioni di unità, un calo pari al 33% (-12,5% nel solo 2015).

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Pur avendo perso il 30% delle copie cartacee vendute nel periodo considerato (-9% lo scorso anno), i principali gruppi editoriali in termini di volume – l’elenco include: Cairo, Bresi, Gruppo Editoriale l’Espresso, RCS Mediagroup e Mondadori – sono riusciti a mantenere il loro peso complessivo “sostanzialmente invariato” e pari al 45%. Anche le altre imprese editoriali hanno subito una flessione nelle copie vendute (-33%), a dimostrazione che il calo delle vendite ha colpito chiunque. Nessuno escluso. Molto dipende anche dalle abitudini degli italiani: Audipress sostiene che le persone che leggono in maniera costante i quotidiani – i cosiddetti “lettori del giorno medio” – sono 18,7 milioni, in calo del 22% rispetto a cinque anni fa. Si legge di meno perché con gli anni sono cambiate (complice pure la crisi economica) le abitudini di consumo degli italiani che hanno deciso di acquistare sempre meno frequentemente i quotidiani.
L’emorragia di copie vendute non è l’unica preoccupazione per gli editori e le redazioni dei quotidiani italiani che non possono contare su consistenti investimenti pubblicitari, che in Italia vengono assorbiti soprattutto dalla televisione. Televisione che rappresenta una delle prime cinque fonti di informazione utilizzate: secondo il 12° Rapporto CENSIS-UCSI sulla comunicazione, il 76,5% della popolazione italiana si serve dei telegiornali e il 50,9% delle televisioni all news.
I dati Nielsen certificano che nel 2015 il 58,2% degli investimenti pubblicitari è stato indirizzato verso la televisione (nel complesso gli investimenti pubblicitari avrebbero raggiungo i 6,2 miliardi di euro). Seppure con qualche piccola differenza – al contrario di Nielsen, lo studio del Politecnico di Milano considera anche la quota pubblicitaria proveniente dai motori di ricerca e dai social network –, anche secondo le stime dell’ateneo lombardo la televisione ha incassato il 49% degli investimenti pubblicitari complessivi (su un totale di 7,4 miliardi di euro). Altrove le cose vanno diversamente: in Francia, nel 2015, la quota della televisione non ha superato il 25% (dati IREP, l’Istituto francese di ricerche e studi pubblicitari).
Secondo i dati Nielsen, tra il 2009 e il 2015 la stampa (quotidiani e periodici) hanno perso complessivamente il 48,5% del proprio fatturato (da 2.391.689 a 1.230.639 euro) contro un mercato pubblicitario che ha ridotto di un quarto il proprio valore. Nello stesso periodo gli investimenti pubblicitari sono passati da 8,3 a 6,2 miliardi (-24,5%).

 

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