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Di troppo lavoro si può morire

In Giappone (o in Cina) patologie o eccessivo stress che possono condurre al decesso assumono definizioni chiare, in Europa il problema è poco sentito. Ma non per questo va sottovalutato
di Silvia Capone

I morti sul lavoro non sono solo conseguenza di malfunzionamenti, distrazioni e sicurezza degli strumenti non rispettata. Si muore, e non è così raro, anche per il troppo lavoro. È quel che succede in Giappone, dove la morte di Matsuri Takahashi ha portato alle recenti dimissioni dell’amministratore delegato dell’agenzia pubblicitaria dove la giovane lavorava. La 24enne si è suicidata la notte di Natale del 2015 buttandosi dal tetto del dormitorio aziendale dopo che per otto mesi di lavoro era costretta a straordinari di 100 ore mensili. La morte di Matsuri non è un caso isolato e anomalo, tanto che in giapponese è stato coniato un termine, “karoshi”, per indicare la morte per superlavoro, o meglio per l’eccessivo stress che ne deriva, le cui cause mediche accertate sono infarto, ictus e suicidio. Dagli anni ’80, in cui è stato registrato il primo caso ufficiale, il “karoshi” è diventato un vero e proprio problema sociale, tanto che il Ministro della Salute, del Lavoro e del Welfare in Giappone ha nel tempo attuato provvedimenti che vengono però aggirati dalle aziende e dai lavoratori.

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Stando ai dati istituzionali i morti per questa causa nel 2015 hanno raggiunto la quota record di 2.310, anche se secondo il Consiglio nazionale di difesa per le vittime di karoshi, una stima reale si aggirerebbe intorno alle diecimila persone. La discrepanza tra le fonti è enorme, perché è difficile stabilire con certezza quali morti, se non i suicidi più evidenti, siano imputabili alla sola attività lavorativa. Gli sforzi dello Stato per combattere questa piaga si concretizzano nell’obiettivo di ridurre al 5% la quota di lavoratori che svolgono più di 60 ore di straordinari a settimana e nel limite posto per legge di 70 ore di straordinari mensili. Il limite legale non viene però sempre riaspettato a causa sia delle aziende che lo permettono, che dei lavoratori, infatti nonostante spesso nessun datore lo imponga esplicitamente, lo straordinario è visto come un obbligo. La stessa Matsuri aveva segnate “solo” 69 ore e 59 minuti, ovvero un minuto in meno del tetto legale, di contro alle 100 di media in cui realmente prestava servizio. In molti casi sono gli stessi lavoratori che scelgono di non contare gli straordinari, per non essere giudicati dai datori e dai colleghi. Secondo il rapporto annuale sul karoshi, ad opera del governo e pubblicato a ottobre dello scorso anno, nonostante le leggi, su 1.743 aziende intervistate, il 23% dichiara di avere dipendenti che hanno svolto più di 80 ore di straordinari al mese, mentre il 12% ha dipendenti che hanno lavorato nel mese 100 ore in più. Una spiegazione dell’estrema dedizione al lavoro che caratterizza i nipponici, che li lega all’azienda e alla ricerca di sempre maggiore produttività, è sicuramente il fattore culturale che poggia le sue basi in abitudini consolidate nel tempo.
Episodi di questo tipo non sono però presenti solo in Giappone, infatti più preoccupante è la situazione in Cina, dove le conseguenze dell’eccessivo stress da lavoro provocano, stando alle statistiche del 2013, circa 600 mila morti l’anno. Anche in questo caso è stato coniato un termine che definisce il fenomeno, “guolaosi”, ovvero morte per straordinari.

Casi limite come quelli che si verificano nei due paesi asiatici sono rari nel mondo Occidentale, e possono far pensare a epoche passate di sfruttamento e di totale assenza di garanzie. Infatti in Europa, dove le lotte per la riduzione dell’orario lavorativo giornaliero sono state particolarmente intense, straordinari così prolungati e non pagati sono da considerarsi eventi rarissimi. Si può parlare in questo caso più di effetti da sindrome di burnout, ovvero esaurimento emotivo e alienazione dal proprio lavoro, che colpisce maggiormente le professioni di sostegno o caratterizzate da relazioni molto accentuate (come quelle mediche, gli insegnanti, gli assistenti sociali, i poliziotti) e interessa in media il 22% dei lavoratori nell’intero contesto europeo. In particolar modo in Italia con il decreto legislativo 81/08 si è giunti al riconoscimento e alla conseguente prevenzione anche dello stress da lavoro-correlato, considerato una malattia professionale e derivante appunto dal peso dei compiti da svolgere in relazione al tempo disponibile e alle capacità individuali. Lo stress da lavoro-correlato è accertata per tutte le professioni e comporta sul piano fisico somatizzazione dello stress a livello gastrointestinale, dolori addominali, cefalee e problemi cardiaci. L’INAIL ha dichiarato che dal 2000 al 2011 i casi accertati di denuncia per stress da lavoro correlato sono oltre 500, a fronte di circa 4000 domande presentate. Si stima però che siano solo il 30% del totale delle potenziali situazioni di stress da lavoro. Il disagio che ne deriva si manifesta nel nostro paese sotto forma di malori, anche perché fortemente soggettivo e quindi difficile da diagnosticare. Un caso di morte è stato però riconosciuto dalla Cassazione di Roma che nel 2014 ha deliberato un risarcimento a favore della famiglia di un lavoratore morto di infarto. La causa del malore è imputabile all’eccessivo carico di lavoro, denunciato in precedenza dall’uomo stesso, costretto a giornate lavorative di 11 ore.

 

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