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Il caso Uber e la gig economy

Le proteste dei tassisti di questi giorni in diverse città italiane hanno ricollocato Uber (e analoghi servizi di noleggio con conducente) al centro dell'attenzione: cosa è e come funziona?
di Fabio Germani

Grossomodo funziona così: più un tragitto è richiesto, più allora costerà. Alla base del “tariffario” di Uber, infatti, c’è un algoritmo che stabilisce i costi della corsa. Se per un determinato percorso la domanda è elevata è molto probabile che il passeggero dovrà sborsare un prezzo superiore rispetto ad un altro, su un’altra vettura, a parità di distanza. Per rendere l’idea, in questi giorni di proteste dei tassisti contro l’emendamento al Milleproroghe che prevedeva – l’accordo raggiunto poi con il governo di fatto lo scavalca – lo slittamento al 31 dicembre 2017 dell’obbligo per il ministero dei Trasporti di regolamentare i servizi di noleggio con conducenti – o simili – e contrastare gli abusivi (un enorme favore a Uber, secondo i manifestanti di queste ore), le tariffe – a Roma o a Milano – sono lievitate in alcuni casi anche vertiginosamente.

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UBER, IN PILLOLE
Mentre scriviamo Uber occupa la 25esima posizione delle app più scaricate sull’AppStore. Si tratta di un servizio di trasporto automobilistico privato, fondato nel 2009 negli Stati Uniti ed entrato in funzione l’anno dopo a San Francisco. In poco tempo Uber è arrivato in diverse città del mondo, ottenendo successo più o meno ovunque. Si scarica l’app sul proprio smartphone e da lì è possibile prenotare la corsa, dopo aver visualizzato i prezzi, scelto il tipo di vettura (Uber offre diverse opzioni: auto economy, oppure berlina nera o SUV se si ha bisogno di maggiore spazio) e selezionato i punti di partenza e di arrivo. Al servizio va associata una carta di credito: al termine della corsa viene scalato automaticamente l’importo dovuto (che può variare a seconda del tempo e della distanza percorsa).

QUANTO VALE UBER
La Repubblica, pochi giorni fa, ha quantificato in 69 miliardi di dollari il valore di Uber. A giugno 2016 Il Sole 24 Ore scriveva: “Dal 2013 ad oggi, Uber è cresciuta costantemente e, passando da un fatturato di prenotazioni globali di 0,69 miliardi di dollari a uno di 26,12, ha ottenuto una crescita del 3.685,5%”. Le tariffe sono vantaggiose, ma non è sempre vero. Dipende dalle città e talvolta si equivalgono con quelle dei tradizionali taxi. Il punto, insomma, non può essere solo stabilire chi offre il servizio migliore (in termini di garanzie, dalla professionalità alla puntualità, passando per la manutenzione delle vetture e i costi), piuttosto stimare quanto il mercato non liberalizzato possa tradursi in possibili svantaggi per gli utenti.

CHI LAVORA PER UBER (IN PRATICA: LA GIG ECONOMY)
Ed ecco che una regolamentazione in materia si rende dunque, forse, un minimo opportuna. Intanto per evitare i casi (se ce ne sono) di concorrenza sleale, in secondo luogo per tutelare lavoratori e utenti. La demonizzazione di una parte non deve passare necessariamente per la santificazione dell’altra. In Italia il servizio chiamato UberPop – quello che concede la possibilità a chiunque di improvvisarsi all’occorrenza tassisti con il proprio veicolo, in presenza cioè di requisiti minimi – è stato sospeso nel 2015, dopo la decisione in questo senso del Tribunale di Milano. Discorso a parte merita UberBLACK, servizio di auto con conducente professionista. In questo caso chi vuole diventare autista Uber deve presentare una certificazione più ampia: patente di guida, certificato di abilitazione professionale, iscrizione al ruolo dei conducenti (sulla persona); carta di circolazione del veicolo, autorizzazione Ncc, assicurazione RC auto professionale in regolare corso di validità (sul veicolo). Il primo modello – UberPop – può essere classificato all’interno della sharing economy (economia della condivisione), il secondo – UberBLACK – rientra piuttosto nella cosiddetta gig economy (economia on demand, o “dei lavoretti” come viene a volte definita). La formula sembra appagante: La nuvola del lavoro del Corriere della Sera ha raccolto alcuni casi di successo, con stipendi netti che possono arrivare fino a 2.500 euro al mese. La chiave è anche la flessibilità perché sono i conducenti a stabilire quante ore lavorare al giorno e la fascia oraria.

E ADESSO?
Come si accennava all’inizio, un accordo tra le sigle sindacali dei tassisti e il governo è stato trovato nella serata di martedì 21 febbraio al ministero dei Trasporti. L’intenzione, entro un mese (evitando così bruschi stop sull’approvazione del decreto Milleproroghe), è di varare nuove norme, due decreti: uno sul riordino del settore, l’altro sul contrasto all’abusivismo. L’accordo raggiunto prevede l’immediata sospensione della protesta.

@fabiogermani

GALASSIA LAVORO

 

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