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In carriera o imprenditrici? Sì, ma con maggiori ostacoli

Un 8 marzo più di protesta che celebrativo. Ma sicuramente una giornata utile per riflettere una volta di più sulle differenze di genere - occupazionali, imprenditoriali e salariali - che ancora persistono
di Redazione

Quello di quest’anno è stato definito un 8 marzo di protesta anziché celebrativo. I movimenti femministi nel mondo, infatti, hanno organizzato uno “sciopero globale”, che riguarda le lavoratrici, anche in ambito domestico. In Italia hanno aderito all’iniziativa molte sigle sindacali, per cui non mancheranno disagi nei trasporti locali, ferroviari, aerei, scuola e sanità. L’idea è quella di scendere in piazza contro le discriminazioni e la violenza di genere. Al di là della retorica (che non sempre riesce a mettere tutti d’accordo), sicuramente l’8 marzo è una giornata utile per riflettere una volta di più sulla condizione delle donne nel mondo. Dai casi più estremi alle differenze nel mondo del lavoro. Un recente studio Ocse ha messo in luce (ma la cosa è alquanto risaputa) che le donne lavorano molto più degli uomini se includiamo le faccende di casa e la cura della famiglia. Non avviene solo in Italia, ma da noi è circostanza particolarmente diffusa. Allo stesso modo è noto quanto le donne fatichino più degli uomini a costruirsi una carriera, raggiungendo posizioni apicali, o a destreggiarsi nel mondo imprenditoriale. Vediamo qualche dato.

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Come ogni consuntivo annuo, il mercato del lavoro al femminile – nonostante il 2016 abbia riportato qualche miglioramento – presenta ancora delle criticità, sia dal punto di vista imprenditoriale che da quello prettamente occupazionale. Prendiamo le ultime rilevazioni di Unioncamere ad esempio. Secondo l’analisi, le imprese guidate da donne sono aumentate di circa diecimila unità – arrivando a toccare un milione e 321.862 unità -, ma ad oggi rappresentano solo un quinto dell’intero tessuto imprenditoriale italiano. Le imprese guidate da uomini sono infatti 4.751.901 su un totale di 6.073.763 aziende. Bisogna comunque sottolineare che l’aumento che ha interessato lo stock di imprese guidate da donne tra il 2015 ed il 2016 (+0,72%) è in linea con la crescita registrata a livello nazionale: nel corso del periodo considerato le imprese italiane sono infatti aumentate dello 0,7% (+40mila unità in termini assoluti).
Dalle tabelle di Unioncamere sui principali settori di penetrazione delle imprese femminili, si può osservare come – escludendo la voce “altre attività di servizi, per il quale si registra una quota del 50,40% – quello che presenta il tasso di femminilizzazione maggiore sia il comparto della sanità e dell’assistenza sociale, con il 37,61%; seguito dall’istruzione, con il 29,81%; e da quello delle attività dei servizi di alloggio e ristorazione, con il 29,33%. Da segnalare il tasso di femminilizzazione nell’agricoltura pari al 28,7%.
Eppure, secondo uno studio della Credit Suisse le imprese guidate da donne porterebbero a casa risultati migliori. Per citare un dato: le aziende con una presenza nelle posizioni di rilievo pari al 25% possono vantare un tasso annuo di crescita composto superiore del 2,8% rispetto alla media, un dato che cresce all’aumentare della tasso di presenza femminile nei board aziendali.
Come anticipato però le differenze di genere non interessano solo il mondo imprenditoriale. Secondo le rilevazioni dell’Istat, a fine 2016 il tasso di disoccupazione femminile si è attestato al 13,2% contro l’11,1% del tasso di disoccupazione maschile. Anche il tasso di occupazione riporta un divario non indifferente: per le donne si è attestato al 48,1% (55,4% quello di attività), mentre per gli uomini si parla del 66,6% (75,1% quello di attività). Sul fronte salariale non va certo meglio: i dati Eurostat collocano l’Italia al secondo posto, alle spalle dell’Ungheria, per la maggiore differenza di stipendi tra uomini e donne.

 

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