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Perché la Repubblica Ceca sgancia la corona dall’euro

La Banca centrale di Praga ha deciso di non mantenere il cambio fisso, in vigore negli ultimi tre anni
di Redazione

Non è passata inosservata, né avrebbe potuto, la decisione della Banca centrale della Repubblica Ceca di mettere fine al “peg”, ovvero di sganciare la propria moneta dall’euro. Per quasi quattro anni Praga ha mantenuto il cambio fisso di 27 corone ceche per euro: non sarà più così, lasciando che ora siano domanda e offerta a decretare il tasso di cambio sul mercato.

Molti hanno paragonato la mossa della Banca centrale di Praga a quella, nel 2015, della Svizzera, che però non è un paese membro UE e, a differenza di quest’ultima, avvenne più a sorpresa. Altri ritengono che tale situazione sia il preambolo a un’ipotetica uscita della Repubblica Ceca dall’Unione, tema bollente in vista delle elezioni che si terranno in autunno.
In realtà è ancora presto per lasciarsi andare a conclusioni affrettate. Sappiamo che prerogativa della Banca centrale europea è mantenere l’inflazione su valori prossimi al 2%, che sta a indicare la stabilità dei prezzi (è in questa direzione che la BCE ha promosso il quantitative easing, il massiccio programma di acquisto di titoli di Stato), obiettivo condiviso della Repubblica Ceca.
Praga optò per l’ancoraggio artificiale al fine di evitare, da un lato, un rafforzamento nei confronti dell’euro, dall’altro evitare una prolungata fase deflativa (che, si sa, ha ripercussioni negative sull’economia e disincentiva i consumi). Difendere il cambio – in questo caso a beneficio delle proprie imprese a fronte dell’euro debole – ha tuttavia un costo, e da qualche tempo la corona era stata presa di mira dagli speculatori.
In più c’è da osservare che, nel frattempo, l’inflazione si è attestata al 2,5% (a febbraio, su base annua), in miglioramento rispetto a poco meno di un anno fa quando il paese era in deflazione. E, dunque, non si esclude a breve un rialzo dei tassi di interesse.
La Repubblica Ceca è un paese fortemente industriale la cui economia risulta essere piuttosto in salute. Le stime indicano per l’anno in corso una crescita del 2,5%, mentre il tasso di disoccupazione – secondo gli ultimi dati Eurostat, relativi al mese di febbraio – è al 3,4%, ben al di sotto della media UE28 (8%) e del valore dell’Eurozona (9,5%).

 

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