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Digital skill gap: un ritardo molto italiano

Il divario tra le competenze digitali delle persone (lavoratori o in cerca di lavoro) e quelle richieste dalle aziende è ancora piuttosto ampio, in Europa e nel mondo. E in particolare nel nostro paese
di Silvia Capone

Il digital skill gap rappresenta lo squilibrio di conoscenze digitali. Esistono due tipi di gap, quello tra le varie componenti di una popolazione (quindi lo scarto tra le possibilità e le modalità di usufruire – ad esempio – di internet in base al genere o all’età) e il divario tra le competenze digitali possedute dagli individui – anche tra i più giovani – e quelle richieste dalle aziende. Quest’ultima soprattutto riguarda in maniera concreta la mancanza di competenze necessarie per risultare appetibili nel mercato del lavoro. Se prendiamo a modello il nostro paese quasi tutti gli studi in materia ci collocano agli ultimi posti per competenze digitali: la difficoltà dei lavoratori a soddisfare appieno le richieste delle aziende al momento dell’assunzione è non a caso molto sentito. Ma il ritardo non riguarda esclusivamente l’Italia.

Secondo una ricerca condotta dalla Istud Business School su sei paesi dell’UE emerge che la metà dei giovani intervistati, avverte lo scarto tra le digital skills ormai fatte proprie e le aspettative delle imprese. Tale divario riguarda soprattutto le hard skills, ovvero le competenze tecniche che si acquisiscono e in modo particolare la mancata capacità di analisi e gestione dei rischi digitali, di sicurezza e privacy, di previsione dei trend digitali sul business e delle potenzialità dei big data. Carenze sono evidenti anche tra le soft skills: in questo caso il gap si avverte maggiormente per l’incapacità dei lavoratori di utilizzare tecnologie per la crescita professionale delle persone, di attivare un processo di delega e di gestire un meeting online. La ricerca ha impegnato pure i manager: 4 su 10 ammettono di non sentirsi a loro agio nell’usare strumenti digitali, a dimostrazione che le preoccupazioni al riguardo vengono avvertite non solo da coloro che ancora devono entrare a far parte del mondo del lavoro.

Secondo un’altra ricerca, stavolta a livello globale e condotta da Randstad, operatore mondiale nei servizi per le risorse umane, la media di lavoratori che ammette di essere digitalmente impreparati è pari al 62%. Scorporando il dato spiccano per maggior consapevolezza di carenze i cinesi, i malesi e i turchi, mentre tra i più sicuri della propria preparazione figurano proprio lavoratori di paesi europei (ungheresi, olandesi, austriaci e svedesi). La stessa indagine rivela le lacune italiane: il 67% dei lavoratori si definisce digitalmente impreparato, auspicando un percorso di digitalizzazione all’interno della propria azienda. Il 90% dei lavoratori italiani intervistati è convinto della necessità, per tutte le imprese, di dotarsi di una strategia digitale e solo il 57% ritiene che la propria azienda ne abbia già adottata una.

Il fatto che i lavoratori italiani siano nelle ultime posizioni nelle classifiche europee che mappano le digital skills della forza lavoro, dipende anche dalle caratteristiche del paese. L’Italia, infatti, parte da una posizione di per sé già svantaggiata, con il livello generale di digitalizzazione – sia dal lato delle imprese, sia da quello dei lavoratori – che non è in ogni settore ugualmente sviluppato. La conseguenza è perciò una corrispondenza spesso negativa tra domanda e offerta di lavoro. Il problema è comunque già all’attenzione dei governi e dell’Unione europea che con la Dichiarazione di Bratislava si sono impegnati a ridurre il digital skill gap. Il programma mira ad un generale miglioramento delle competenze digitali e ha tra i suoi obiettivi la creazione di un rapporto diretto tra mondo scolastico, accademico e aziende, così da favorire un equilibrio tra le skills acquisite e quelle richieste. In che modo? Attraverso programmi dedicati che coinvolgano imprese, governi nazionali ed enti locali (magari facilitando l’accesso a fondi e finanziamenti europei); sviluppando la formazione professionale già negli anni dell’università; promuovendo lo sviluppo delle competenze e delle professioni digitali in un bilanciato contesto di genere, un percorso formativo cioè che includa tanto la componente maschile quanto quella femminile.

GALASSIA LAVORO

 

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