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Il part-time involontario nell’Ue

Nell'Unione europea, secondo le stime dell'Eurostat, lavorano part-time 45,3 milioni di persone, ma il 20,9% di essi è disposto a lavorare di più
di Redazione

Secondo i più recenti dati dell’Eurostat due occupati dell’Ue su dieci lavorano part-time. Stiamo parlando di una mole di persone pari a 45,3 milioni di unità, ma quel che è grave è che un quinto di essi, ovvero il 20,9% (il 4,2% dell’occupazione complessiva dell’Unione europea), lavora in queste condizioni pur essendo disponibile a lavorare di più.

Stiamo parlando della categoria dei sotto-occupati, una tipologia di lavoratori tra i quali rientrano anche i precari. Altra aggravante che emerge dallo studio dell’Eurostat, e che rincara la dose, è che il 65% di questa tipologia di lavoratori è rappresentato da donne, rendendo ancora attuale la marcata disparità di genere nel mercato del lavoro europeo.
Già la Banca centrale europea, in un recente report, aveva focalizzato l’attenzione sul mercato del lavoro all’interno dell’area della moneta unica. Una consuetudine si potrebbe dire, ma in questo caso l’analisi si è spinta ancora più a fondo, concentrandosi sulla forza lavoro che può essere considerata in difficoltà: appunto i disoccupati e i sotto-occupati.
I disoccupati sono coloro che pur non avendo un’occupazione partecipano attivamente al mercato del lavoro, cercando occupazione o rendendosi comunque disponibili a iniziare a lavorare entro due settimane. Secondo le più recenti stime diffuse dall’Eurostat si parla di 21 milioni di individui.
Secondo le stime il tasso di disoccupazione dell’Eurozona è pari al 9,5%, un dato incoraggiante visto che risulta essere il più basso dal 2007, ma che diventa d’un tratto preoccupante se si aggiungono quei lavoratori in difficoltà: i precari e i part-time involontari. La Bce ha di recente quantificato questa categoria, che rappresenta il 3% degli occupati totali nell’area euro. Il totale di disoccupati e sotto-occupati (quest’ultimi aumentati di un milione di unità negli anni della crisi, causando tra le altre cose la stagnazione dei salari) arriva a toccare il 18% dell’intera forza lavoro dell’Eurozona.

 

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