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Perché il QE “è ancora necessario”

Draghi ha ribadito che il sostegno monetario in questa fase è utile a rendere stabile il livello dell'inflazione
di Redazione

La Banca centrale europea (BCE) resta “fortemente convinta” del sostegno straordinario di politica monetaria, giudicata “ancora necessaria”. Il presidente della BCE, Mario Draghi, lo ha ripetuto di recente in audizione al Parlamento europeo: parole che non dovrebbero stupire troppo, nonostante gli importanti segnali di ripresa osservati nell’ultimo periodo.

Il primo motivo per cui la BCE proseguirà ancora con il quantitative easing (QE) – il programma di acquisto di titoli di Stato volto a stimolare l’economia – riguarda l’inflazione: sua prerogativa è centrare il target fissato su valori prossimi al 2%, livello pressoché raggiunto ma ancora volatile. Prima di allentare l’accomodamento monetario, sarà opportuno mantenere stabile il livello dell’inflazione.
Tuttavia l’accelerazione dei prezzi è risultata modesta al netto delle componenti più volatili (beni energetici e alimentari freschi). In altre parole l’andamento dell’inflazione di fondo non appare convincente, non ancora anticipatore di un duraturo trend al rialzo (nell’ultimo bollettino economico la BCE sottolineava che l’inflazione è in crescita rispetto ai livelli molto bassi del 2016, soprattutto per effetto dei più elevati rincari dell’energia).
Non solo: una dinamica inflazionistica non ancora stabile riflette, in parte, ampi margini di forza lavoro e capacità produttiva inutlizzati. E, di conseguenza, una dinamica salariale non soddisfacente. Quest’ultima, infatti, mostra segnali di ripresa, ma lievi (la BCE ricordava che la crescita tendenziale del reddito per lavoratore dipendente è passata dall’1,3% del terzo trimestre del 2016 all’1,5% del trimestre successivo, ma si conferma ben al di sotto della propria media di lungo periodo).
I fattori che potrebbero gravare sulla crescita salariale sono, come detto, la capacità inutilizzata nel mercato del lavoro, la debole espansione della produttività e, inoltre, la prolungata fase di bassa inflazione registrata negli ultimi anni che può contribuire a una minore crescita delle retribuzioni.

 

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