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Ambiente: perché rispettare gli accordi

Forse quello di Parigi non sarà sufficiente, ma è un inizio per contrastare l'innalzamento delle temperature e tutto ciò che ne consegue (danni economici e non solo)
di Mirko Spadoni

Al termine del G7 Ambiente di Bologna, i Paesi partecipanti hanno sottoscritto una dichiarazione finale. La sezione 2 del documento, dedicata al cambiamento climatico, contiene una postilla importante: è dove gli Stati Uniti precisano di non averla sottoscritta, “agendo così rispetto al nostro recente annuncio di ritirarci e cessare immediatamente l’attuazione dell’accordo di Parigi”.

Il 1° giugno il presidente statunitense, Donald Trump, ha annunciato il ritiro degli Stati Uniti dall’accordo di Parigi, il trattato sottoscritto da 196 Paesi nel 2014 per contrastare il riscaldamento globale attraverso la riduzione delle emissioni di anidride carbonica. Trump ha spiegato che il rispetto dell’Accordo di Parigi – il trattato prevede un impegno non vincolante per mantenere l’aumento medio della temperatura mondiale al di sotto dei 2 °C rispetto ai suoi livelli nell’epoca preindustriale – avrebbe danneggiato l’economia americana: in particolare, gli Stati Uniti si erano impegnati a ridurre le emissioni del 26-28% rispetto al 2005, fissando il 2025 come ultima scadenza per centrare il target.
L’Accordo di Parigi potrebbe non essere sufficiente: alcuni analisti sostengono che il rispetto degli impegni presi non arresterà comunque l’aumento del riscaldamento globale, non impedirà il cambiamento climatico e tutto ciò che ne consegue (scioglimento dei ghiacci polari, alluvioni, prolungati periodi di siccità…).

I (PROBABILI) EFFETTI DEL CAMBIAMENTO CLIMATICO
Un report del WWF – il World Wide Fund for Nature, una delle organizzazioni più importanti per la conservazione della natura – sostiene che “se verrà superata la soglia di 1,5°C stabilita dall’accordo di Parigi alcune zone del Mediterraneo e del Medio Oriente potrebbero sperimentare temperature superiori a 50°C per molti giorni l’anno, rischiando così di diventare inabitabili”.
Anche le variazioni delle precipitazioni atmosferiche potrebbero avere effetti (negativi) notevoli: le alluvioni o prolungati periodi di siccità mettono a rischio la produzione di alimenti di base in alcune tra le regioni più povere del pianeta, aumentando malnutrizione e denutrizione, che già oggi provocano oltre tre milioni di morti all’anno.
L’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) stima che, tra il 2030 e il 2050, il cambiamento climatico potrebbe causare circa 250mila ulteriori morti l’anno per malnutrizione, malaria, diarrea e stress da calore. Il costo dei danni diretti per la salute, tra solo quindici anni, è compreso tra i due e i quattro miliardi di dollari.
Il WWF ricorda che attualmente oltre 60mila persone muoiono a causa dei disastri ambientali (triplicati dal 1960 ad oggi), perlopiù nei Paesi in via di sviluppo. Il bilancio peggiora, se nel computo si tiene conto anche delle persone che ogni anno muoiono a causa dell’inquinamento ambientale (12 milioni).

…E QUELLI GIÀ REGISTRATI IN ITALIA
La Coldiretti sostiene che “i cambiamenti climatici con gli eventi estremi, che si sono verificati nell’ultimo decennio, hanno provocato in Italia danni alla produzione agricola nazionale, alle strutture e alle infrastrutture per un totale pari a più di 14 miliardi di euro”. Elaborando i dati dell’ISAC CNR, lo studio sottolinea che le temperature registrate nel nostro Paese sono in crescita costante. Un aspetto di cui tenere conto: un report di Legambiente, condotto con Unipol Gruppo, ricorda che proprio il caldo ha causato “danni gravi alla produzione agricola e ittica” italiana nell’estate del 2015, oltre ai 2.754 decessi attribuiti alle ondate di calore tra gli over 65, in 21 città italiane”. Senza dimenticare le vittime (oltre 145 persone) e i disagi causati dai 242 fenomeni meteorologici estremi (piogge intense, trombe d’aria, forti nevicate, allagamenti…) registrati in 126 Comuni italiani, dal 2010 ad oggi.

 

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