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La rivoluzione dello streaming musicale

Dal 7 luglio le rilevazioni della FIMI per stilare le classifiche settimanali di vendita si basano anche sui dati dello streaming, un segmento che sembra crescere di anno in anno
di Fabio Germani

In pochi giorni la RIAA (Recording Industry Association of America) ha certificato 4:44, ultimo e acclamato album di JAY-Z, disco di platino. Il riconoscimento è stato ottenuto con il solo streaming, peraltro in esclusiva per gli utenti abbonati alla piattaforma di sua proprietà, Tidal, nella prima settimana di uscita (30 giugno-7 luglio). Per farla breve: 1.500 streaming di una canzone equivarrebbero ad un album venduto, un disco di platino – l’equivalente di un milione di unità vendute – ammonterebbe a ben oltre un miliardo di riproduzioni (contano anche i download che le diverse piattaforme concedono agli iscritti paganti, con un peso “maggiore”). Poi si è scoperto che Sprint – società di telecomunicazioni che vanta da qualche mese una partecipazione in Tidal – ha comprato un numero elevato di copie digitali dell’album da distribuire (gratis) ai propri clienti. Una mossa in fondo simile a quanto accadde nel 2013, stavolta in occasione del precedente Magna Carta Holy Grail: all’epoca l’accordo commerciale fu siglato con Samsung e venne distribuito gratuitamente a circa un milione di possessori di smartphone dell’azienda coreana.

Copie vendute preventivamente a parte (JAY-Z si conferma un grande uomo di business), è un fatto che ormai le certificazioni delle principali federazioni legate all’industria musicale passano soprattutto per lo streaming. Lo scorso anno Chance The Rapper, visto il successo del suo terzo mixtape, Coloring Book (lui considera i suoi primi tre lavori “mixtape” e non veri e propri album), distribuito dapprima su iTunes in free download e in seguito sulle piattoforme per l’ascolto online, è riuscito a vincere la sua battaglia con il comitato dei Grammy Awards, costretto a modificare il regolamento e a rendere candidabili ai premi anchei dischi non distribuiti sui canali tradizionali di vendita, fisici o digitali.

In Italia, dal 7 luglio, la FIMI (Federazione industria musicale italiana) integra i dati dello streaming audio di tutte le piattaforme attive nel nostro paese con i dati del download e delle vendite dei dischi fisici, mentre per i singoli la cosa avveniva già da un po’. Non sono mancate polemiche al riguardo, né errori: il 10 luglio la FIMI ha attributo riconoscimenti prestigiosi quali il raggiungimento del disco d’oro o traguardi simili a diversi artisti, salvo poi correre ai ripari e ammettere di avere conteggiato gli streaming delle settimane precedenti a quella dell’effettiva rilevazione, dunque drogando i dati. Ad ogni modo la stampa specializzata non presenta un giudizio univoco sulla scelta della FIMI, la parte più contestata è la correlazione che talvolta deriverebbe dallo streaming forsennato di un unico brano e la relativa “vendita dell’album” espressa in unità, con il rischio di stravolgere le classifiche non rispettose del reale andamento del mercato (come spiega la FIMI nella nota metodologica, però, «si sommano tutti gli ascolti delle tracce contenute nell’album e si escludono gli ascolti del primo brano più ascoltato che eccedono il 70% del totale streams dell’album stesso»). O, peggio, di ritrovarsi presto nei primi posti delle classifiche “artisti” dalle dubbie qualità in quanto “virali”. L’unica costante è la crescita del segmento digitale on demand all’interno dell’industria musicale: all’inizio avversato (spesso dagli stessi addetti ai lavori), oggi appare invece indispensabile. Come dimostrano i numeri.

I servizi di streaming per la musica presenti in Italia, sono diversi. Alcuni propongono un sistema misto (free o ad abbonamento) come Spotify (colosso del settore) o Deezer, altri sono solo a pagamento, tipo Apple Music e Tidal (che a sua volta elenca due piani di abbonamento, il primo è quello standard che vale più o meno per tutti a 9,99 euro al mese e il secondo a 19,99 euro mensili per una qualità di fruizione superiore). Poi ci sono, tra gli altri, Google Play Music (un ibrido rispetto al modello Spotify e i servizi solo a pagamento), il redivivo Napster e Tim Music. Tutte queste piattaforme, insieme, sono valse nel 2016 una crescita del 30% e sono stati soprattutto i ricavi dagli abbonamenti a registrare l’incremento maggiore, con quasi il 40% in più rispetto all’anno precedente. Gli abbonamenti, quindi, hanno generato oltre 35 milioni di euro e rappresentano il 51% di tutto il segmento digitale (fonte: Deloitte per FIMI).

Cambia perciò il modo di ascoltare la musica. Abbonarsi ad un servizio streaming significa poter usufruire di brani e melodie ovunque ci si trovi, sul luogo di lavoro, in palestra o a passeggio. Il cd e persino il formato mp3 (per come veniva concepito all’inizio della sua gloriosa carriera, almeno), sembrano ora modi vetusti di godere della musica. Se il supporto fisico proprio deve esserci, quello è il vinile, come suggeriscono i più recenti dati di vendita.

A livello mondiale, Spotify risulta essere leader (oltre il 40% degli utenti paganti). Segue Apple Music, con una quota del 20% circa. Agli altri le “briciole”: Deezer poco meno del 7%, Napster il 4,5% e Tidal – nonostante le numerose esclusive in stile 4:44 di JAY-Z – appena l’1% (dati Midia Research, aggiornati a dicembre 2016).

@fabiogermani

 

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