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Lavoro: in Italia i Neet tra i 15 e i 24 anni sono il 19,9%

Una percentuale decisamente superiore alla media registrata nell'Unione europea, pari all'11,5%
di Redazione

L’indagine 2017 sull’occupazione e gli sviluppi sociali in Europa della Commissione europea contiene diversi dati. Uno dei quali è tutt’altro che positivo per l’Italia: infatti il nostro è il Paese europeo con il più alto numero di Neet – acronimo inglese che sta per Not in Education, Employment or Training –, tra i 15 e i 24 anni.

In Italia, osserva Bruxelles, i Neet tra i 15 e i 24 anni sono il 19,9% contro una media europea decisamente più bassa (11,5%). La situazione non è facile anche per chi possiede un’occupazione: la Commissione europea sottolinea che, in Italia, nel 15% dei casi i giovani lavoratori hanno sottoscritto un contratto atipico, sono “considerevolmente più a rischio precarietà” e, se hanno meno di 30 anni, guadagnano in media meno del 60% di un lavoratore ultra-sessantenne.
I NEET hanno anche un costo economico, ovviamente: va infatti considerata sia la spesa pubblica provocata dall’inattività che le entrate che non avvengono a causa della mancata partecipazione al mercato del lavoro di questa fascia di popolazione.
Secondo i dati Eurofound forniti dall’Istituto Toniolo, i Neet costano all’Italia 36 miliardi di euro, pari al 2% del Prodotto interno lordo (PIL).
Inoltre un prolungato allontanamento dal mercato del lavoro e dal sistema formativo può comportare il rischio di una maggiore difficoltà di reinserimento.
Per quanto ancora considerevole, il numero dei giovani d’età compresa tra i 15 e i 29 anni, che non lavorano, non studiano e non frequentano corsi di formazione, è sceso nel corso dell’ultimo anno.
Stando ad un rapporto dell’Osservatorio statistico del consulenti del lavoro (Le dinamiche del lavoro nelle province italiane), nel 2016 i NEET erano 2,2 milioni di unità – divisi (quasi) equamente tra donne (1,1 milioni) e uomini (1 milione) –, in diminuzione rispetto al 2015 di 135mila unità (-5,7%). Il calo ha coinvolto tanto la componente femminile (-49 mila unità, pari a al 4% in meno) quanto quella maschile (-86 mila unità, pari a -7,6%).

 

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