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Quando le disparità sono sul grande schermo

Discriminazioni non solo razziali: le differenze uomo-donna coinvolgono ancora oggi molti settori, compresi quelli in grado di garantire lauti compensi. Sì, il gender gap esiste anche a Hollywood
di Silvia Capone

Il mondo del cinema rappresenta e interpreta spesso la realtà. Ed infatti vi si trovano narrati con frequenza fenomeni di razzismo e di sessismo, ma non sempre per denunciare le discriminazioni, o almeno non solo. Una ricerca dell’University of Southern California’s Viterbi School of Engineering, ripresa dal New York Times tra gli altri, ha messo in evidenza che nei film primeggiano uomini bianchi rispetto a donne o alle minoranze. L’analisi è stata condotta su 1000 film e 7000 personaggi, ed ha rivelato che, in 100 pellicole analizzate tra quelle prodotte lo scorso anno negli Stati Uniti, il 70,8% era dominato da bianchi (uomini e donne) contro un 13,6% di neri, 5,7% asiatici e solo il 3,1% dei personaggi ispanici. La questione è stata sollevata più volte nel corso degli anni, l’ultima e più clamorosa protesta si è svolta durante gli Oscar 2016, quando molti attori e personaggi di spicco afroamericani tra i quali Will Smith e Spike Lee hanno declinato l’invito alla cerimonia di premiazione per l’assenza di candidati neri.

Il gap è riscontrabile anche tra personaggi maschili e femminili, infatti secondo la stessa ricerca, questi ultimi rappresentano, nel 2016, il 31,4% del totale, e ricoprono in genere ruoli secondari rispetto agli uomini. La percentuale non è frutto di un miglioramento nel corso degli anni, infatti dal 2007 si è riscontrato un modesto incremento dell’1,5%. Ne deriva anche un divario salariale notevole, che però non dipende unicamente dal ruolo del personaggio né tantomeno dalla bravura o dalla visibilità dell’attrice e perciò denunciato ciclicamente da molte donne del settore. Tra le più giovani, Jennifer Lawrence che polemizzò pubblicamente per il minor compenso delle attrici, nello stesso film, rispetto ai colleghi uomini. O anche Natalie Portman, che in un’intervista ha dichiarato che le attrici ad Hollywood guadagnano 30 centesimi per ogni dollaro guadagnato dagli attori. E ancora attrici da tempo affermate come Geena Davis che ha fondato il “Geena Davis Institute on Gender in Media”, istituto di ricerca che ha l’obiettivo di controllare se, nel mondo dello spettacolo, le pari opportunità vengono rispettate.
Non esiste solo il gap retributivo – comunque non di poco conto -: la ricerca dell’University of Southern California’s Viterbi School of Engineering evidenzia il divario a livello contenutistico. Oltre a essere meno presenti come protagoniste, le donne nei film parlano anche molto meno (15 mila dialoghi rispetto ai 37 mila degli uomini) e usando spesso un linguaggio emotivo. Ciò dimostra che la presenza femminile oltre ad essere sottostimata, è ancora stereotipata. Nonostante i temi dei film si siano evoluti e adeguati ai tempi, vedi la notevole emancipazione anche delle più classiche principesse Disney ormai protagoniste attive della storia, portando sul grande schermo eroine femminili, queste non bastano a compensare la preponderante presenza maschile e soprattutto la diversa importanza dei ruoli e delle scene.

Allora può essere ritenuto ancora valido il test per decretare se un film è da considerarsi sessista elaborato nel 1985 dalla fumettista Alison Bechdel, secondo cui una pellicola deve superare tre requisiti: contenere almeno due personaggi femminili; che parlino tra di loro; che parlino di qualcosa che non sia un uomo. Il test ironico e provocatorio risulta ovviamente parziale, poiché per esempio non tiene conto dell’ambientazione storica, ma schematizza bene le condizioni che mancano a molti film degli anni ’80, ma anche quelli più recenti.
A conferma della ricerca infatti, non tutti i film degli ultimi anni passerebbero il test, né tantomeno pellicole iconiche femminili, come i film d’amore, o grandi saghe come Harry Potter.

 

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