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Hugh Hefner, l’uomo che inventò “Playboy”

Ritratto di Hugh Hefner, il fondatore della rivista Playboy, morto all'età di 91 anni
di Mirko Spadoni

Nel 1953 Hugh Hefner – uno che aveva lavorato per Esquire e come responsabile per una rivista per bambini – chiese settemila dollari in prestito, a cui ne aggiunse 600 che aveva messo da parte. Se ne servì per lanciare il primo numero di Playboy. Si trattò di un punto di rottura per la sua vita, terminata per cause naturali il 27 settembre 2017, all’età di 91 anni, per i suoi lettori (gli uomini tra i 18 e gli 80 anni erano il target dichiarato nel primo editoriale del magazine) e non solo. Il primo numero andò a ruba: ne furono vendute circa 50mila copie.

Pur criticandone le successive evoluzioni, il New York Times ha scritto che agli inizi degli anni Cinquanta il mondo non aspettava altro che Playboy. Hefner ha azzeccato il momento giusto per lanciare una rivista come non se ne erano mai viste prima e il pubblico (maschile) apprezzò moltissimo. Con i contenuti proposti (foto di donne nude e bellissime) non poteva andare diversamente, del resto.

C’erano, però, da vincere le resistenze di una società molto più conservatrice rispetto a quella attuale. Tuttavia, attraverso una manciata di pagine patinate, Hefner è riuscito a sdoganare il nudo con largo anticipo rispetto alla rivoluzione culturale degli anni Sessanta. Quando (forse) sarebbe potuto essere più facile. Nel 1963, il papà di Playboy è stato comunque arrestato con l’accusa di diffondere materiale osceno – ad essere contestato fu il numero di giugno con l’attrice Jayne Mansfield –, salvo poi essere assolto dalla giuria.

Ha sdoganato il nudo femminile nonostante un background culturale molto religioso – entrambi i genitori erano protestanti conservatori: ciò non ha impedito comunque alla madre di prestare mille dollari al figlio per lanciare la rivista – e dopo aver subìto una delusione fortissima: Hefner ha raccontato di essere stato tradito dalla sua prima moglie, da cui ha avuto un figlio, mentre prestava il servizio militare. Di mogli poi ne avrebbe avute molte altre. Fino a Crystal Harris, eletta playmate del mese nel dicembre 2009 e molto più giovane di lui, sposata il 31 dicembre 2012.

Per il primo numero del magazine, nella scelta della copertina, Hefner è andato sul sicuro scegliendo Marylin Monroe, già (molto) famosa e quindi riconoscibile da chiunque. La vera intuizione è stata un’altra, però: cercare la playmate – ovvero la modella che appare nella pagina centrale del magazine –, tra le ragazze (naturalmente bellissime) della “porta accanto”, stuzzicando una delle fantasie più diffuse tra gli uomini (la rivista non ha rinunciato comunque alle top model).

Hefner non si è limitato a lanciare un magazine – crederlo non permetterebbe di capire bene la sua storia -, ha costruito un’immagine di sé ben precisa: un uomo di successo, affascinante e circondato da donne bellissime, irraggiungibili per la maggior parte della popolazione maschile, con le quali condivideva la sua villa, la Playboy Mansion, al 10236 Charing Cross Road di Los Angeles. Ventinove stanze, una cantina, una sala giochi, uno zoo, campi da tennis, piscina e una cascata personale, vendute solo nel giugno 2016 a Daren Metropoulos, 33 anni e figlio del miliardario C.Dean Metropoulos, per 100 milioni di dollari.

Hefner poteva permettersi molte cose: con la sua rivista, ha costruito un impero (nel 1975, all’apice della sua storia, ogni numero di Playboy raggiungeva 5,6 milioni di copie).

Centinaia di numeri alle spalle e un brand tra i più riconosciuti al mondo non hanno permesso a Playboy di resistere al tempo. I contenuti pornografici e erotici on-line, gratuiti e accessibili a chiunque in possesso di una connessione internet, hanno contribuito molto a renderla una rivista meno desiderata: troppo facile trovare in rete ciò che Playboy offriva a pagamento e perdipiù senza sfociare nella pornografia (si parla infatti di softcore). Nell’ottobre 2015 Playboy rinuncia così ai nudi – meglio tentare altre vie –, salvo poi ripensarci nel febbraio 2017. Ad altre riviste simili a quella pensata da Hefner (si pensi a Penthouse, ad esempio) è andata peggio. Playboy è ancora Playboy. Nonostante tutto.

 

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