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Chi ha vinto il Premio Nobel per la Pace

Cos'è Ican, qual è l'obiettivo dell'organizzazione e perché un Premio Nobel per la Pace è un passo ancora modesto
di Redazione

L’assegnazione del Premio Nobel per la Pace 2017 ad Ican è una di quelle destinate a far discutere. Ican, infatti, sta per Campagna Internazionale contro le Armi Nucleari e include una rete di oltre 400 organizzazioni presenti in cento paesi nel mondo. Fu fondata a Vienna nel 2007, il quartier generale è a Ginevra. Il comitato di Oslo ha motivato la decisione dell’assegnazione del premio per “il suo lavoro nel portare l’attenzione sulle conseguenze umanitarie catastrofiche di qualsiasi uso delle armi nucleari e per i suoi sforzi fondamentali per ottenere un trattato che metta al bando queste armi”.


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Si tratta, insomma, di un premio che giunge in una particolare fase storica, caratterizzata proprio dalla minaccia nucleare. Da una parte la Corea del Nord, impegnata in test missilistici che provocano i vicini (Giappone in testa) e che destano preoccupazione negli Stati Uniti. Dall’altra torna d’attualità il dossier Iran. Secondo indiscrezioni del Washington Post, il presidente statunitense Donald Trump dovrebbe a breve annunciare al Congresso la bocciatura dell’accordo con Teheran in quanto non nell’interesse degli Usa. Un passo in questa direzione porterebbe ad una nuova crisi sul fronte nucleare, con il ripristino (è presumibile) delle sanzioni da parte degli Stati Uniti. Ican ha promosso il Trattato (vincolante) sul divieto delle armi nucleari, approvato di recente dalla Conferenza delle Nazioni Unite e firmato, al momento, da 53 paesi. Non hanno aderito all’iniziativa Stati Uniti, Russia, Gran Bretagna, Cina, Francia, India, Pakistan, Corea del Nord e Israele – i nove, cioè, che ufficialmente dispongono di armi nucleari -, più quelli Nato, Italia compresa. Come scrive l’HuffPost, “solo un quarto del Pianeta può dire di aver vinto il Nobel per la Pace”.

Negli ultimi mesi non erano mancate polemiche riguardo le possibili scelte del comitato di Oslo sull’assegnazione del Premio (tra quelli indicati come potenziali vincitori Papa Francesco e Federica Mogherini). Molto criticata è stata la leader birmana Aung San Suu Kyi, premio Nobel per la Pace nel 1991, per il suo prolungato silenzio sulle violenze ai danni dei rohingya, minoranza islamica costretta a fuggire in Bangladesh (si stima almeno 500 mila persone). Questo atteggiamento ha spinto diverse persone ad aderire alla richiesta, tramite petizione online, di revoca del premio. Imbarazzo creò invece l’anno scorso l’assegnazione al presidente della Colombia, Juan Manuel Santos, per il processo di pace con le Farc: un referendum bloccò l’accordo, seppure temporaneamente. E non tutti apprezzarono quando nel 2009 toccò a Obama il prestigioso riconoscimento: l’ex presidente degli Stati Uniti era da pochi mesi alla Casa Bianca e molti ritennero quella decisione affrettata. Anche il caso di Liu Xiaobo, il dissidente cinese morto a luglio 2017 a seguito di una grave malattia e dopo 11 anni trascorsi in carcere (Premio Nobel 2010), suscitò sentimenti negativi per le mancate prese di posizione della comunità internazionale nei confronti di Pechino.

 

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