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Lo Stato islamico ha perso anche a Raqqa

Cosa significa questa sconfitta militare, dopo quella di Mosul per l'organizzazione di Abu Bakr al Baghdadi
di Mirko Spadoni

Le Forze democratiche siriane – una coalizione composta da forze curde e arabe, alleate degli Stati Uniti – hanno liberato Raqqa, la città considerata capitale de facto dello Stato islamico in Siria.

A darne l’annuncio è stato l’Osservatorio siriano per i diritti umani, un’organizzazione con sede a Coventry che monitora quanto accade in Siria. Mentre il Centcom – il comando centrale dell’esercito statunitense responsabile delle operazioni in Medio Oriente, Nord Africa e Asia Centrale – ancora non l’ha fatto: probabilmente perché ancora alcune zone della città devono essere completamente liberate.

Alcuni sporadici combattimenti proseguiranno nelle prossime ore, ma il grosso è stato fatto: le operazioni militari per liberare la città iniziate quattro mesi fa possono dirsi concluse. Si tratta di una notizia molto importante: recentemente lo Stato islamico ha perso molti territori sia in Iraq che in Siria, ma Raqqa ha rappresentato molto per l’IS. L’ha governata a lungo, servendosene come città copertina.

Da qui lo Stato islamico ha organizzato gli attentati compiuti all’estero. Ad occuparsene era una sezione istituita ad hoc: Emni, termine che tradotto dall’arabo vuol dire “sicurezza” e viene utilizzato per indicare la “sicurezza di Stato”. Oltre al suo incarico iniziale –  condurre interrogatori e stanare le spie all’interno dell’organizzazione  –, Emni si occupa (o occupava?) di selezionare e addestrare gli uomini più adatti per condurre attentati nei Paesi occidentali.

A giugno, due funzionari dell’intelligence statunitense hanno riferito a Reuters che, probabilmente preoccupato per un’eventuale sconfitta, lo Stato islamico avrebbe spostato parte del suo commando militare e la divisione della propaganda ad al Mayadin, a sud-est di Raqqa. Negli ultimi giorni, le forze fedeli al presidente siriano Bashar al Assad hanno circondato anche questa città.

Probabilmente soltanto la perdita di Mosul, la città irachena conquistata nel 2014 e da dove il leader dell’IS Abu Bakr al Baghdadi aveva proclamato la nascita del sedicente califfato, può essere paragonata alla liberazione di Raqqa, dove a lungo avrebbero vissuto i vertici dell’organizzazione e il suo capo.

Di al Baghdadi non vi è traccia, però: il leader dell’IS si sarebbe nascosto in un luogo più sicuro. Dato per morto in diverse occasioni, qualche settimana fa al Baghdadi ha rilasciato un nuovo messaggio audio. “Gli statunitensi, i russi e gli europei sono terrorizzati degli attacchi dei mujaheddin”, ha detto, facendo poi riferimento alla crisi nucleare nord-coreana, smentendo così la Russia che a giugno ne aveva annunciato l’uccisione.

Al Baghdadi assiste al ridimensionamento del suo califfato: secondo IHS Markit, dal 2015, l’IS ha perso oltre il 60% del suo territorio (a luglio 2017 controllava 36.200 km quadri contro i 90.800 del gennaio 2015) e l’80% dei suoi ricavi mensili, passati dagli 81 milioni del secondo trimestre 2015 ai 16 milioni del secondo trimestre 2017.

Le sconfitte militari si riflettono anche in altri ambiti, a partire da quello comunicativo. Nell’ultima Relazione sulla politica dell’informazione per la sicurezza, il Sistema di informazione per la sicurezza della Repubblica osserva che “alle prime, importanti sconfitte sul campo siro-iracheno è parso corrispondere un ridimensionamento quali-quantitativo dell’apparato mediatico” dello Stato islamico.

Secondo l’intelligence italiana, “la decisione di dar vita ad un’unica pubblicazione (Rumiyah, ndr) destinata a tutti i seguaci di al Baghdadi risponde verosimilmente alla necessità di riorganizzare l’apparato mediatico secondo una strategia di accentramento della propaganda, finalizzata a trasmettere un’immagine di maggiore forza e compattezza dell’organizzazione”.

A differenza delle pubblicazioni precedenti, Rumiyah, che tradotto dall’arabo significa Roma, non celebra i successi militari del califfato e la sua estensione geografica. Contiene però “suggerimenti tecnicooperativi” per chi intende condurre degli attentati nei Paesi occidentali.

 

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