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Gli squilibri domanda-offerta di lavoro

Cresce il tasso di posti vacanti. Perché il dato presenta degli aspetti (anche) negativi
di Redazione

Perché probabilmente troppo presi dalle sorti della nostra Nazionale di calcio, si è lasciato scorrere via un dato interessante – diffuso dall’Istat lunedì – che dice ancora molto sullo stato di salute del nostro mercato del lavoro (e dunque, almeno in parte, della nostra economia): il tasso di posti vacanti.

Per la prima volta da quando è iniziata la serie storica, più precisamente nel terzo trimestre di quest’anno, il tasso di posti vacanti nelle aziende dell’industria e dei servizi con almeno dieci dipendenti si è attestato su valori massimi all’1%, contro lo 0,9% dei tre mesi precedenti. La percentuale, nello specifico, è all’1,1% nei servizi e stabile allo 0,8% nell’industria. Cosa significa? Sostanzialmente due cose: la prima è che le aziende si sono rimesse alla ricerca di personale, la seconda è che però faticano a trovare le persone adatte al tipo di ruolo o mansione richiesti.

Cosa misura il tasso di posti vacanti? Da definizione Istat «il tasso di posti vacanti è il rapporto percentuale fra numero di posti vacanti e somma di posti vacanti e posizioni lavorative occupate». E ancora: «I posti vacanti misurano le ricerche di personale che alla data di riferimento (l’ultimo giorno del trimestre) sono già iniziate e non ancora concluse. Sono, infatti, quei posti di lavoro retribuiti che siano nuovi o già esistenti, purché liberi o in procinto di diventarlo, per i quali il datore di lavoro cerchi attivamente un candidato adatto al di fuori dell’impresa interessata e sia disposto a fare sforzi supplementari per trovarlo».

In altre parole il tasso di posti vacanti è un indicatore molto importante, perché fornisce un’ulteriore chiave di lettura rispetto alla vitalità del mercato del lavoro. Il tasso di disoccupazione, così come il tasso di occupazione, rappresentano la porzione di offerta sulla forza lavoro non soddisfatta o soddisfatta. Al contrario, il tasso di posti vacanti riguarda il lato della domanda, cioè delle figure professionali che servono alle imprese o di cui se ne evidenzia un certo grado di assenza. In definitiva il tasso di posti vacanti fotografa l’incontro di domanda e offerta di lavoro. E in che modo starebbe ad indicare che il ciclo economico è quantomeno ripartito? Durante una prolungata fase recessiva, come quella che abbiamo vissuto di recente, l’indicatore tende a diminuire a causa delle aspettative negative delle imprese che riducono la produzione. Di conseguenza non viene incrementata l’occupazione, né si rende possibile l’apertura di nuovi posti. Insomma, che le imprese tornino a cercare personale è in questo senso un aspetto positivo.

La parte negativa, semmai, riguarda il grado di assenza di determinate figure professionali che emergerebbe ad una prima lettura dei dati Istat. L’argomento è stato affrontato più volte, anche su queste pagine, e riguarda il mismatch tra l’offerta e i fabbisogni delle imprese. Un alto tasso di disoccupazione (in Italia resta oltre l’11%) non è incompatibile con un numero più o meno elevato di posti vacanti. Le cause possono essere diverse. A cominciare dalla mancanza di competenze per un determinato ruolo. A seconda dei casi l’indicatore sottolinea le eventuali lacune per cui è necessario intervenire in formazione e istruzione oppure l’esigenza di migliorare i flussi informativi. Certo è che non mancano datori di lavoro che lamentano difficoltà nella ricerca delle competenze di cui hanno bisogno: molti studi hanno messo in risalto ostacoli di questo tipo (per Confindustria un’impresa su cinque non trova giovani da assumere), per cui sarebbe auspicabile un più proficuo dialogo tra mondo accademico e mondo imprenditoriale.

(SEGUE)

GALASSIA LAVORO

 

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