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In Italia siamo un po’ meno “mammoni”

Ma al di là dei nomignoli o delle semplificazioni, il problema di fondo è sempre lo stesso: salari bassi e poche certezze per il futuro. Peggio di noi Croazia e Slovacchia
di Redazione

Diminuiscono in Italia per la prima volta in dieci anni i cosiddetti “bamboccioni”. Secondo dati dell’Eurostat la percentuale di giovani di età compresa tra i 18 e i 34 anni che vivono a casa con i genitori è passata dal 67,3% del 2015 al 66% del 2016. Il dato non è certo positivo se si considera che due giovani su tre non sono ancora sufficientemente autonomi, ma risulta favorevole se confrontato con gli anni precedenti. Dal 2007, anno di inizio della crisi in cui la percentuale si attestava al 61,2%, il numero è cresciuto di sei punti percentuali.

Nonostante il calo la percentuale italiana è ancora molto lontana dalla media dell’Unione europea, in cui solo il 48,1% dei 18-34enni è ancora a carico dei genitori. Peggio di noi solo Croazia e Slovacchia, in cui rispettivamente il 72,3% e il 69,7% di giovani vive con la famiglia di origine mentre i picchi positivi si registrano in Svezia, 24,9%, Norvegia, 22,9%, e Danimarca, 19,7%. Significativo il confronto con le regioni del Sud Europa, culturalmente assimilabili all’Italia per l’alto grado di familismo, che seppur al di sotto del dato, registrano tutte una percentuale maggiore rispetto alla media UE, in particolar modo la Grecia (65,9%), Portogallo (62,8%) e Spagna (58,9%).
Ad incidere sulla diminuzione del dato generale per quanto riguarda l’Italia ha contribuito il calo di 1,5 punti della percentuale di giovani adulti, ovvero i 25-34enni, ancora a casa dei genitori, che nel 2016 scende al 49,1%. È proprio questa la fascia d’età che incarna i tipici “bamboccioni” italiani. Stando ad una ricerca della Banca d’Italia, sono giovani adulti, nella maggioranza dei casi uomini, che provengono da famiglie ad alto reddito, vivono prevalentemente al nord e lavorano quindi hanno assicurata un’autonomia economica, ma il loro tenore di vita risulterebbe peggiorato da questo distacco dalla famiglia. La ricerca si focalizza sull’aspetto negativo, ovvero sul fatto che alcuni giovani – ovvero quel 39,4% di over 25enni che hanno un lavoro a tempo pieno -, pur potendoselo permettere decidono di restare a carico dei genitori che hanno le possibilità per aiutarli economicamente e non tiene invece conto di quanto il clima di sfiducia possa incidere sulle loro scelte. La precarietà generale, in ambito lavorativo e non, ha reso i giovani italiani non solo più bamboccioni, ma anche più “cauti”, guadagnare ora e pensare al futuro. Caso a parte sono invece i giovani disoccupati, 28,7% secondo il rapporto Eurostat, e coloro i quali sono ancora impegnati in studi, il 19,3%. Anche per questa fascia d’età il confronto con l’Europa non premia l’Italia, infatti la media Ue vede solo il 28,6% dei giovani adulti nella casa della famiglia d’origine ed anche in questo caso i picchi positivi riguardano le tre regioni scandinave: Danimarca con solo il 3,8% di over 25 non autonomi, Finlandia, e Svezia, che contano rispettivamente il 4,3% e il 6%.

 

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