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L’altra faccia dell’essere perfezionisti

Le pressioni sociali, l'esigenza di competenze sempre più "alte" e la rapidità di esecuzione si stanno trasformando in un grosso punto debole per i giovani
di Silvia Capone

Che i problemi legati alla sanità mentale siano in aumento i dati sembrano attestarlo, che la depressione sia considerata il male della nostra epoca pare ormai una questione indiscussa, ma la salute mentale dei giovani è messa a dura prova soprattutto dal “perfezionismo”. O meglio, inizialmente era così solo i devianti, coloro che non seguivano le norme sociali implicite, ora però, con il riconoscimento di forme diverse di disturbi mentali gli studiosi ammettono conseguenze psicologiche anche per coloro che si conformano troppo alle norme sociali, si passa da anomia al fatalismo.

A conferma di ciò uno studio della York St John University, pubblicato su Psychological Bulletin, secondo cui la ricerca della perfezione da parte dei millennials, non solo fisica, ma di competenze e nel lavoro, potrebbe comprometterne la salute mentale. In particolar modo la ricerca, condotta su 41.641 studenti universitari americani, canadesi e britannici dalla fine degli anni ’80 al 2016, ha individuato tre tipi di perfezionismo: quello orientato verso se stessi, che spinge a pretenderci perfetti, quello orientato verso gli altri, che invece fa creare alti standard su altre persone, e quello prescritto socialmente, ovvero relativo alla percezione di aspettative troppo grandi da parte degli altri. E ne ha messo in luce che il fenomeno è significativamente aumentato nel tempo, infatti, secondo i dati le ultime generazioni hanno totalizzato punteggi per il 10% più alti per quel che riguarda il primo tipo di perfezionismo, per il 16% nella visione che abbiamo degli altri, e per il 33% per le aspettative che la società ripone in noi. Quindi la società, per come si sta strutturando in alcuni ambiti, impone traguardi sempre più alti.

Un vero e proprio inseguimento della perfezione perché, secondo lo studio, sarebbe necessaria ai giovani per sentirsi sicuri, socialmente accettati e competenti, misurando così il loro valore. Contestualmente però si alimenta l’isolamento sociale e la competizione tra i millennials. Una faccia della corsa può essere positiva, rappresenta un riconoscimento ed un incentivo al valore della meritocrazia, ma che rischia di estremizzarne le conseguenze. L’obiettivo da raggiungere è categorico, l’unico risultato accettabile è riuscire nel modo migliore. Nonostante l’impegno posto nel raggiungimento dell’obiettivo, o forse proprio per quello, in aggiunta alla fretta o alle pressioni che avvertono, i più giovani rischiano di fallire. Il fallimento può essere soggettivo, quindi le aspettative non soddisfano il risultato che si è comunque raggiunto, o reale, influenzando in entrambi i casi la salute psicologica. Ed è così che lo studio registra nei giovani perfezionisti più alti livelli di depressione, ansia e pensieri suicidi rispetto a un decennio fa.

 

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