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Il paradosso della crescita senza un governo

I casi recenti di Spagna e Olanda (e Germania, in queste ore) dimostrano che l'economia può correre nonostante l'instabilità politica
di Fabio Germani e Mirko Spadoni

Spesso si dice che l’instabilità politica può minare la ripresa economica. L’argomento fu ampiamente dibattuto, ad esempio, l’indomani del referendum del 4 dicembre 2016 e, di nuovo oggi, è una delle circostanze più temute nel caso in cui l’indomani del voto del 4 marzo non dovesse emergere una maggioranza chiara. Eppure le più recenti esperienze europee dimostrano che senza un governo, per periodi anche piuttosto lunghi, l’economia può continuare a correre.

I casi più noti sono quelli di Spagna e Olanda. Dopo dieci mesi di instabilità politica, Madrid ha registrato tassi di crescita importanti e in accelerazione dopo una prolungata fase di austerità dettata dalla crisi economica. E così l’Olanda, dove è stato formato un governo dopo 208 giorni di colloqui a seguito dei risultati elettorali di marzo 2017. Anni fa ci fu l’esempio del Belgio. Insomma, l’economia può andare spedita nonostante le difficoltà politiche. Questo dipende da diversi fattori: l’interdipendenza economica è un aspetto importante soprattutto per quei paesi – Olanda in testa – export oriented. E sicuramente le recenti politiche monetarie espansive hanno dato un contributo non indifferente alla crescita dell’Eurozona. Anche in Germania l’incertezza politica sta accompagnando i negoziati di Angela Merkel con l’Spd, dopo i precedenti falliti tentativi. Si è votato a settembre e – mentre scriviamo – non si escludono ulteriori intoppi. Ma stiamo parlando della prima economia europea con un surplus della bilancia commerciale che registra costantemente valori record. Nel 2017 il Prodotto intero lordo della Germania è aumentato del 2,2%, secondo i dati provvisori diffusi da Destatis. Si tratta di una performance leggermente inferiore alle attese degli analisti – le stime prevedevano un incremento del 2,3% –, ma una crescita così solida non veniva registrata da sei anni. I consumi delle famiglie e quelli pubblici, l’export (notevole l’incremento delle esportazioni: +4,7% su base annua) e l’import hanno trainato la crescita. I dati sul Pil fanno il paio con quelli relativi al mercato del lavoro. L’economia tedesca continua infatti a generare nuova occupazione: a dicembre 2017, il numero delle persone senza un impiego è diminuito per il sesto mese di fila – i disoccupati sono scesi di 29 mila unità –, facendo scendere il tasso di disoccupazione al 5,5%, il minimo storico.

Discorso leggermente diverso per il Regno Unito, alle prese con il processo di uscita dall’Unione europea, una condizione perciò ben diversa. La Brexit si sta rivelando più ostica del previsto e comprende molte questioni. Come vanno allora le cose? Nel terzo trimestre 2017, secondo l’Office for National Statistics britannico, il Pil è cresciuto dello 0,4%. Più alto, invece, l’incremento su base annua (+1,7%). Capitolo lavoro. Qui i dati sono meno positivi: a ottobre il tasso di disoccupazione è rimasto ai livelli più bassi dal marzo del 1975 – il dato si è attestato al 4,3% –, ma solo grazie all’aumento degli inattivi. Tra agosto e ottobre sono andati persi 56 mila posti di lavoro, il calo più forte da due anni e mezzo. Il totale dei disoccupati ha raggiunto le 1,43 milioni di unità (+182 mila rispetto allo scorso anno) mentre il numero degli occupati è salito di 284 mila unità, a 27,08 milioni. A lungo termine, però, le prospettive economiche non sono molto positive. A novembre il ministro delle finanze britannico, Philip Hammond, ha annunciato che la crescita dell’economia del Regno Unito è destinata a rallentare, tra il 2018 e il 2019, anno in cui Londra abbandonerà definitivamente l’Ue. I primi segnali di ripresa si vedranno soltanto nel 2022, con il Pil in crescita dell’1,6%. Una performance comunque al di sotto di quella realizzata nel 2016 (+1,8%).

E l’Italia, dunque? Partiamo da un presupposto: la formazione di un governo è un elemento che resta comunque imprescindibile del processo democratico. E un esecutivo “forte” può dare, eccome, un sostegno deciso all’indirizzo socioeconomico nello sviluppo del paese. Tuttavia, anche in Italia, non abbiamo assistito al sorgere di catastrofi che erano state invece paventate l’indomani del referendum di oltre un anno fa. L’economia è cresciuta, l’occupazione pure (con i dovuti distinguo legati alla qualità del lavoro), ma ciò che caratterizza il nostro paese (e, forse, preoccupa un po’) è la velocità della ripresa, che procede a ritmi nettamente inferiori rispetto a quelli dei principali partner europei. Ad ogni modo come reagirà l’economia italiana nell’eventualità di un esito incerto alle elezioni è una situazione al momento difficile da prevedere.

@fabiogermani

@SpadoniMirko

 

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