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Il Rapporto Tecnè-FDV: «Un Paese spaccato in due»

Permangono grandi e profonde differenze tra nord e mezzogiorno. Cala la fiducia su una prospettiva economica migliore per l’Italia e per la propria famiglia, così il “Rapporto 2017 sulla qualità dello sviluppo in Italia” realizzato da Tecnè e dalla Fondazione Di Vittorio
di Redazione

Nonostante la crescita economica registrata dal Pil e il miglioramento dei livelli occupazionali (in larga prevalenza, però, generati da contratti a tempo determinato) la qualità dello sviluppo del Paese non cresce, fermandosi agli stessi livelli dello scorso anno. È quanto emerge dal “Rapporto 2017 sulla qualità dello sviluppo in Italia” realizzato da Tecnè e dalla Fondazione Di Vittorio. Ciò è determinato dalla permanenza di una grande area di povertà e da un’ancora più grande area di vulnerabilità economica e sociale. Nel complesso la forbice sociale si allarga, con la ricchezza che tende a concentrarsi nella popolazione ad alto reddito e aumentano le distanze territoriali tra nord (in particolare il nord-est) e il resto del Paese. Cala la fiducia economica e le attese per i successivi 12 mesi e peggiora l’indice che misura l’equità economica. A fronte del 5% che ritiene migliorata la condizione economica della propria famiglia rispetto a un anno fa, il 28% l’ha vista ulteriormente peggiorare. E quanto la forbice si stia allargando lo si rileva tra chi ha un reddito inferiore a 850 euro netti al mese, solo l’1% ha migliorato la propria condizione mentre il 49% l’ha peggiorata. Prende forma sempre più definita un sentimento di rassegnazione: il 75% pensa, infatti, che tra 12 mesi la propria situazione economica sarà uguale a oggi, e il 16% teme un peggioramento. Questa dinamica, è evidente nell’andamento dell’indice di sviluppo strutturale che cresce di 2 punti rispetto al 2015, passando da 100 a 102, mentre peggiora la qualità dello sviluppo individuale che scende a 98. Per quanto riguarda le attese sull’andamento dell’occupazione nei prossimi mesi, il 44% del campione prevede che non crescerà e il 38% prevede una diminuzione.

In sintesi: anche se l’Italia cresce rispetto agli anni precedenti (spinta anche dal contesto internazionale favorevole) e migliorano le dotazioni strutturali del Paese, aumentano le differenze tra chi è sul treno della ripresa e chi, invece, non è ancora salito, col risultato che nel complesso il ceto medio è più fragile, i poveri più poveri, il lavoro percepito più instabile e nel complesso è più difficile migliorare le proprie condizioni economiche, sociali e professionali. Un ulteriore elemento di disuguaglianza è rappresentato da sistemi di protezione sociale che si sono progressivamente deteriorati, proprio nelle aree a più forte disagio sociale: nel mezzogiorno la qualità dei servizi socio-assistenziali registrano un ulteriore flessione rispetto ai livelli già bassi del 2016 e del 2015. Nel complesso sono circa 12 milioni gli italiani che non hanno soldi per curarsi, con un’incidenza più elevata proprio nel mezzogiorno e nell’area della vulnerabilità. Chi è povero in Italia ha probabilità maggiori di restarlo, contrariamente a ciò che accade in altri Paesi avanzati dove la povertà ha caratteristiche più transitorie. E nemmeno il lavoro, che ne ha sempre costituito l’antidoto (si è creata un’importante area di disagio rappresentata da precari e part time involontari è in grado ormai di preservare dai rischi.

Nel complesso, la condizione di povertà riguarda circa il 10% dei lavoratori, colpendo anche fasce del ceto medio, come dirigenti e impiegati. I segnali di peggioramento si rilevano in tutte le ripartizioni geografiche ma in particolare nel mezzogiorno dove un lavoratore dipendente su quattro è povero o quasi povero. Ed ecco che, quindi, i working poors, definiti anche “poveri in giacca e cravatta”, rappresentano una delle più drammatiche conseguenze di questa fase economica. Una zona grigia di nuove povertà, forse la più rilevante, dal punto di vista economico e sociale, nel momento in cui rappresentano una condizione che ha radici, non nella mancanza del lavoro, ma in un lavoro che diventa competizione di costo e non è più in grado di garantire un reddito sufficiente. Ed ecco che la gerarchia sociale introduce un nuovo tipo di classe, i cosiddetti “penultimi”. Una grossa fetta di popolazione che ha perso speranza e coraggio, che ritiene di non poter puntare più verso l’alto della piramide sociale.

Nel complesso la fotografia che emerge dal “Rapporto 2017 sulla qualità dello sviluppo in Italia” è di un Paese spaccato in due, con grandi e profonde differenze tra nord e mezzogiorno, con un centro-Italia che sembra non riuscire a tenere il passo delle aree più avanzate. Cala la fiducia su una prospettiva economica migliore per l’Italia e per la propria famiglia e soprattutto fra chi ha un reddito fino a 850 euro netti al mese la situazione, nonostante la ripresa, peggiore anche rispetto all’anno precedente.

LA MAPPA DEGLI INDICATORI
APPENDICE METODOLOGICA

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