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I tanti problemi del sistema carcerario italiano

Se ne contano diversi, a partire dal sovraffollamento che già nel 2013 è costato all'Italia una condanna da parte della Corte europea dei diritti umani
di Mirko Spadoni

L’ultimo dossier dell’Associazione Antigone offre un quadro esaustivo sulle carceri italiane – con l’autorizzazione del ministero della Giustizia, gli osservatori ne ha visitati 86 sui 189 sparsi sul territorio nazionale –, ecco cosa ne emerge.

Prima, però, un passo indietro: nel gennaio 2013 la Corte europea dei diritti umani, con la sentenza Torreggiani, ha condannato l’Italia per la violazione dell’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti umani (CEDU) che vieta pene «inumane o degradanti», imponendo provvedimenti strutturali per affrontare il sovraffollamento. Magari attraverso il ricorso a pene alternative al carcere o lo svolgimento di un lavoro. Le statistiche confermano che riducono il tasso di recidiva, ancora molto alto: secondo il rapporto Antigone, il 39% delle persone uscite dal carcere nel 2007 vi è tornata, una o addirittura più volte, negli ultimi dieci anni. E ancora: dei 57.608 detenuti, soltanto 22.253, meno del 37%, non erano mai stati in prigione.

Qualcosa è stato fatto, recentemente: nell’aprile del 2016 il ministro della Giustizia, Andrea Orlando, ha annunciato l’intenzione di riformare il sistema carcerario italiano, a distanza di quarant’anni dalla sua prima riforma, datata 1975. Il 16 marzo 2018 il Consiglio dei ministri ha dato il via libera al decreto attuativo che dà la possibilità di accedere alle misure alternative al carcere anche a chi ha un residuo di pena fino a quattro anni. Non è previsto nessun automatismo: la decisione spetterà sempre al magistrato di sorveglianza. Successivamente il testo doveva passare all’esame della commissione speciale – in attesa di una maggioranza, capace di costituire le commissioni parlamentari, sono state istituite due commissioni speciali (una alla Camera, l’altra al Senato) per esaminare i provvedimenti urgenti –, ma così non è stato, almeno fino ad adesso.

Solo qualche giorno fa, il presidente della Camera dei deputati, Roberto Fico, ha chiesto ai gruppi parlamentari di cambiare idea, consentendo alla commissione speciale di Palazzo Montecitorio di esprimere un parere sul testo. Un parere non vincolante per il governo: trascorsi i dieci giorni dalla trasmissione degli atti alla Camera, l’esecutivo può approvare definitivamente il testo. Ad oggi, però, il governo non ha potuto trasmettere gli atti, perché la conferenza dei capigruppo della Camera aveva escluso la riforma carceraria dall’elenco dei provvedimenti urgenti, nonostante i numeri dicano il contrario.

Dalla sentenza Torreggiani, le cose non sono migliorate molto: alla fine del 2012, le carceri ospitavano 65.701 detenuti. Un’enormità. I provvedimenti adottati hanno fatto scendere il numero fino a 52.164 unità alla fine del 2015, salvo poi tornare a crescere: attualmente (il dato, riportato dal Rapporto Antigone, è aggiornato al 31 marzo 2018) i detenuti sono 58.233, la stragrande maggioranza dei quali è finita in prigione per reati legati alla droga. Molti di più rispetto a quelli che potrebbero essere ospitati dalle attuali strutture, 50 mila più o meno. Un’occhiata al tasso di sovraffollamento: il tasso, che tiene conto della capienza ufficiale, è pari al 115,2%. Poco importa se il confronto con il passato è positivo – nel 2012 era del 140% –, il tasso rimane (ancora) troppo elevato, anche se potrebbe diminuire prossimamente, quando i lavori per la costruzione di nuovi padiglioni in alcune carceri saranno ultimati.

Oltre al sovraffollamento, il sistema carcerario deve fare i conti anche con i tanti episodi di autolesionismo (9.150 casi), con i suicidi tra i detenuti – nel 2017 ne sono stati registrati 52, sette in più del 2016 – e il fenomeno del radicalismo islamico: diversi sono i casi di persone arrestate per reati comuni e che, una volta detenute, sono venuti a contatto con con soggetti già radicalizzati, subendone il carisma. Nell’ultima Relazione sulla politica dell’informazione per la sicurezza, curata dai servizi di intelligence italiani, gli istituti carcerari vengono definiti «fertile terreno di coltura per il “virus” jihadista, diffuso da estremisti in stato di detenzione».

Secondo il rapporto Antigone, a fine 2017 i detenuti a rischio radicalizzazione erano 506, il 72% in più rispetto all’anno precedente, quando erano “solo” 365. A crescere, però, è anche il loro grado di pericolosità: quelli considerati a più alto livello di rischio sono 242 – circa un terzo in più rispetto al 2016 –, 150 quelli ritenuti ad un livello medio – esattamente il doppio su base annua –, mentre sono 114 i detenuti valutati a basso pericolo, in calo rispetto ai 126 dello scorso anno.

 

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