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Psicofarmaci e lavoro instabile: c’è davvero un nesso?

Gli studi al riguardo non sono ancora riusciti a dare risposte esaustive, ma non si può escludere una correlazione tra i due fenomeni. Una breve indagine
di Fabio Germani

«Senza un lavoro stabile non c’è prospettiva, famiglia, figli. Non è possibile che il 20% degli italiani usi psicofarmaci, spesso per mancanza di speranza, fiducia, prospettive». Le parole del leader della Lega, Matteo Salvini, al termine delle ultime consultazioni al Quirinale per la formazione del governo con il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, non sono passate sottotraccia. Spremendo un po’ i dati, Salvini, probabilmente, ha voluto citare uno studio dell’Agenzia per il Farmaco e dell’Istituto di fisiologia clinica del CNR di Pisa (diffuso da alcuni organi di informazione, dapprima La Stampa) secondo cui (edit 25/5/2018: cifre da prendere con le molle, spiega l’Agi) sarebbero 11 milioni gli italiani che assumono ogni giorno farmaci contro la depressione e che le persone affette sono circa il 20% della popolazione. Diverse indagini, già in passato, hanno provato ad osservare l’ipotetica correlazione tra disagi di tipo psichico e crisi economiche o difficoltà lavorative prolungate, un collegamento che non si può escludere a priori, ma che allo stesso tempo è molto difficile quantificare e circostanziare.

«Non mi sembra una correlazione necessariamente forzata», ci conferma Giuliano Castigliego, specialista in psichiatria e psicoterapia e membro dell’accademia psicoanalitica della Svizzera italiana e della società Balint svizzera. «Il dubbio che si può esprimere – aggiunge Castigliego – riguarda le conclusioni non ancora definitive dei tanti lavori sul tema, ma è anche la dimostrazione che possa esserci talvolta un nesso, una cosa insomma da prendere in considerazione pur con i dovuti studi e con i dovuti metodi». Partiamo dai numeri, allora. Nel 2013 l’Aifa (l’Agenzia del farmaco), nel consueto rapporto L’uso dei farmaci in Italia, registrò una crescita del consumo degli antidepressivi da parte degli italiani, un incremento sul 2004 del 4,5%. Il fenomeno, si disse allora, era almeno in parte legato alle conseguenze della crisi economica. A questo si aggiunga un ulteriore tassello: da tempo si prevede che relativamente presto – qualcuno afferma nel 2020, qualcun altro sostiene entro il 2030 – la depressione sarà la patologia più invalidante, in misura addirittura maggiore rispetto alle malattie più gravi o cardiovascolari.

DEPRESSIONE, CLASSIFICAZIONI E CRISI ECONOMICHE
Si ricorderanno i casi di suicidi registrati in Grecia (ma a un certo punto anche in Italia, soprattutto di imprenditori alle prese con le inadempienze o i ritardi nei pagamenti, non senza una cospicua dose di enfatizzazione mediatica) negli anni più duri della crisi economica. Castigliego, tra gli altri, più volte ha affrontato l’argomento e scritto diversi articoli, riprendendo studi e notando spesso risultati contrastanti a seconda dell’area oggetto dell’indagine, Stati Uniti o Europa ad esempio. A maggio 2013, scriveva sul sito dell’Associazione uma.na.mente: «In un’indagine condotta in 26 paesi dell’Unione Europea tra il 1970 e il 2007 per esaminare la relazione tra tasso di occupazione e mortalità, e valutare l’influenza di differenti tipi di politiche sanitarie, è stato riscontrato che ogni aumento dell’1% nella disoccupazione era associato ad un aumento del tasso di suicidi dello 0,79% in persone sotto i 65 anni (con l’eccezione peraltro di alcuni paesi) e pure ad un aumento dello 0,79% degli omicidi. In generale, […] le persone giovani sembrano essere più sensibili agli effetti negativi della disoccupazione e della crisi in generale. Un aumento della disoccupazione superiore al 3% ha un effetto ancora maggiore sul tasso di suicidi così come di morti dovute ad abuso di alcol». Situazioni che destano particolari preoccupazioni possono essere la causa scatenante della depressione. Che siano perlopiù di natura economica è però tutto da verificare. Federfarma ha rilevato nel 2016 un aumento in Italia dell’1,6% nel consumo di antidepressivi sull’anno precedente, ma nel medesimo periodo in altre parti d’Europa si sono osservati tassi di crescita superiori: del 5,6% nel Regno Unito, del 2,9% in Spagna e dell’1,9% in Germania, dunque in paesi – eccezion fatta per la Spagna – in cui i livelli occupazionali sono migliori (o decisamente migliori) dei nostri. Spiega Castigliego a T-Mag: «Sono tanti i fattori che concorrono a determinare i casi di depressione più o meno preoccupanti. Una vecchia classificazione veniva fatta sulla base delle cause e la grande distinzione riguardava la depressione endogena e quella reattiva, scatenata appunto da particolari eventi quali la perdita del lavoro, difficoltà relazionali o traumi di altro tipo. Ma tale distinzione ha mostrato dei limiti e la classificazione, ormai da decenni, avviene considerando piuttosto l’entità dei disturbi: lievi, medi e gravi. Il più delle volte nei pazienti si riscontra un problema di fondo, tenuto a lungo nascosto per poi emergere a seguito di una vicenda particolare».

DIPENDENZA E BUSINESS
Salvini non è stato l’unico politico a sollevare un problema analogo. Negli Stati Uniti, Donald Trump ha definito l’abuso di oppiacei «un’emergenza nazionale». In America da tempo si registra un abuso di antidolorifici, le cui prescrizioni – utilizzate per contrastare anche ansia e depressione – dal 1999 sono quadruplicate (nel 2016 un nuovo aumento del 19% secondo il New York Times, con il trend al rialzo proseguito ancora l’anno scorso nonostante i primi provvedimenti restrittivi) così come le morti per overdose, superando in molte aree del paese i casi legati alla droga. Quanto avviene negli Stati Uniti non è propriamente paragonabile al contesto europeo, a partire dalla dipendenza provocata dagli oppiacei – un’emergenza soprattutto oltreoceano – mentre gli antidepressivi e gli antipsicotici – riferisce ancora Castigliego – non danno di questi problemi (solo una categoria di psicofarmaci può indurla, le benzodiazepine). Tuttavia non mancano spunti di riflessione, guardando all’America, che ci riconducano ai ragionamenti iniziali: l’abuso di antidolorifici o antidepressivi è maggiormente osservabile nelle zone più colpite dalle crisi occupazionali, negli strati sociali più disagiati, tra le persone impoverite o a rischio povertà. L’industria farmaceutica ricava ingenti somme dalla vendita di farmaci di questa tipologia, in particolare proprio negli Stati Uniti. Ma in Europa il giro d’affari è comunque molto elevato. In un libro di recente pubblicazione, Psicopillole. Per un uso etico e strategico dei farmaci, gli autori Alberto Caputo e Roberta Milanese provano a suggerire, a fronte della tendenza a prescrivere farmaci con una certa disinvoltura, proposte terapeutiche che non siano per forza legate all’assunzione di una pillola. «L’aspetto farmacologico – è il pensiero di Castigliego – dovrebbe essere necessario nelle situazioni più gravi, nella maggior parte dei casi è invece la classica stampella utile nelle fasi iniziali e più critiche di un percorso, e dopo ci si potrebbe augurare che venga accompagnata dalla psicoterapia che sia così efficace da aiutare la persona a gestire il problema».

CONCLUSIONI
Sebbene diversi studi in materia non escludano un nesso causale tra depressione (e conseguente uso di medicinali) e condizioni di vita precarie (dovute all’instabilità del lavoro o alla perdita del posto), stabilire un rapporto diretto tra i due fenomeni è molto difficile data la complessità della patologia. Non è detto, ad esempio, che nei paesi con un’economia fiorente il consumo di psicofarmaci sia inferiore a quello di paesi che presentano ritardi oggettivi o cicli economici negativi. Ad ogni modo anche parlare genericamente di psicofarmaci può risultare fuorviante, considerate le diverse categorie di medicinali (ansiolitici, sonniferi, antidepressivi…) e i diversi utilizzi.

@fabiogermani

 

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