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Come cambiano le abitudini alimentari degli italiani

Secondo alcune indagini a livello mondiale la cucina italiana genera un volume d’affari di 209 miliardi di euro, soprattutto cresce il consumo di pasta. Eppure nel nostro paese viene sempre più sostituita con cereali e zuppe
di Redazione

Secondo l’analisi Deloitte, commissionata dalla scuola internazionale di cucina Alma, a livello mondiale la cucina italiana genera un volume d’affari di 209 miliardi di euro, di cui 60 miliardi in Cina e 56 negli Stati Uniti. Non a caso a livello Europeo tre piatti di pasta su quattro sono italiani, i cui tre mercati più importanti sono Francia, Germania e Regno Unito, che rappresentano stando ai dati dell’Aidepi (l’Associazione delle Industrie del Dolce e della Pasta Italiane) circa un miliardo di piatti serviti all’anno e un valore corrispondente di quasi un miliardo di euro. Dai dati della ricerca, rispetto a 25 anni fa nel mondo viene mangiata più pasta italiana, con un export quasi raddoppiato, fino a quota 2 miliardi di euro. Il maggior consumo di pasta nel mondo è in contrapposizione con la tendenza in atto nel nostro paese, secondo la Cna agroalimentare gli italiani sostituiscono sempre più le zuppe e i cereali alla pasta, preferita soprattutto se di altre qualità bio e senza glutine.

Infatti secondo la Società italiana di nutrizione clinica e metabolismo, per ogni italiano che soffre di celiachia certificata, ce ne sono 30 che seguono questo tipo di dieta senza averne bisogno, con una spesa non necessaria pari a 105 milioni di euro. La preferenza per tipologie diverse di pasta e per i cereali in generale è da ricondursi alla convinzione del loro minor apporto calorico e alla mania per diete “più sane”, a seconda anche della moda del momento.
Le novità introdotte nelle diete degli italiani sono indice di un cambiamento delle abitudini alimentari degli italiani che si manifesta anche su un piano culturale, come espressione di uno stile di vita: si attesta quindi una crescente attenzione ai prodotti che vengono messi a tavola e alle modalità con cui questi vengono prodotti e trattati. 36,3 milioni gli italiani maggiorenni, secondo la Coldiretti, sarebbero disposti a pagare di più per un prodotto italiano. Il costo maggiore sarebbe comunque giustificato perché il 40,7% degli italiani considera i prodotti a chilometro zero una garanzia di cibi freschi e sicuri mentre il 38,9% li ritiene essere anche una soluzione per sostenere l’economia locale. In questo senso può essere letto la minore spesa che nel 2016 le famiglie italiane, come certifica l’Istat, hanno riservato alle carni, -4,8%, a favore di una maggiore quota destinata a prodotti ittici, +9,5%, frutta e verdure.

 

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