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Stop al QE: cosa significa e quali conseguenze

La BCE ha annunciato la tabella di marcia con cui metterà fine al programma di acquisto di titoli di Stato avviato nel gennaio 2015
di Fabio Germani

La notizia era nell’aria, adesso è arrivata la conferma: da gennaio la Banca centrale europea interromperà il quantitative easing, il programma di acquisto di titoli di Stato avviato a inizio 2015. I tassi d’interesse resteranno fermi ai minimi almeno fino alla prossima estate. «Dopo settembre 2018 e in subordine al fatto che i dati in arrivo confermino le stime di medio termine d’inflazione, il tasso mensile degli acquisti netti di titoli sarà ridotto a 15 miliardi fino a fine dicembre 2018, e che a quel punto gli acquisti netti termineranno», fa sapere la BCE.

Cosa è il quantitative easing e perché è stato adottato dalla Banca centrale europea? L’istituto di Francoforte ha agito sulla spinta di alcune esigenze. La prima era contrastare la deflazione, ovvero la diminuzione del livello generale dei prezzi a causa della debolezza della domanda di beni e servizi (che si traduce in ripercussioni negative sull’economia, in particolare per produzione e occupazione); sua prerogativa, infatti, è mantenere il livello dell’inflazione prossimo al 2%. La seconda era stimolare l’economia dell’Eurozona, che si trovava in una prolungata fase stagnante dopo gli anni di crisi profonda. Il programma è proseguito a lungo al ritmo di 60 miliardi di euro al mese (ampliato a 80 miliardi a inizio 2016 e di nuovo a 60 alla fine dello stesso anno), per poi essere dimezzato verso la fine del 2017. Nell’ultimo trimestre del 2018 gli acquisti netti di titoli verranno ridotti a 15 miliardi di euro, fino a dicembre.

Si è trattato di un percorso graduale quello che ha condotto l’Eurozona verso una normalizzazione della politica monetaria. Era giugno 2017 quando il presidente della BCE, Mario Draghi, ricordava come dall’inizio degli acquisti di titoli pubblici l’economia dell’area dell’euro fosse cresciuta del 3,6%. Nel frattempo sono migliorati i livelli occupazionali e anche la domanda interna ha registrato una risalita. Il rallentamento del QE avvenuto nei mesi scorsi, tuttavia prolungandolo rispetto ai piani iniziali, è stata una mossa prudente alla luce di un’inflazione che ancora non riusciva ad attestarsi su valori stabili. Tradotto: i riflessi sull’economia reale si sono rivelati meno robusti del previsto, o comunque non in grado di mettere definitivamente a sistema le misure fin qui adottate. L’ingente iniezione di liquidità che serviva (e serve) a finanziare imprese e famiglie ha viziato, talvolta, giudizi e prospettive. Serviva altro tempo evidentemente, ma ora che secondo le nuove stime l’inflazione crescerà al ritmo dell’1,7% l’anno nel periodo 2018-2020, Francoforte ha deciso di procedere con l’interruzione del programma.

Le misure espansive della BCE, pur tra alti e bassi, sono state fondamentali per rivitalizzare il ciclo economico, nell’Eurozona così come in Italia. L’effetto più immediato è stato il deprezzamento dell’euro: un costo del denaro più basso è favorevole a chi vuole acquistare casa o rinegoziare un mutuo in essere. Inoltre, la maggiore liquidità a disposizione delle banche, ha migliorato e incentivato i prestiti alle imprese, contrastando la stretta del credito che è stata tra i peggiori “mali” della crisi economica. Elementi che, insieme tra loro, hanno agevolato in particolare le imprese orientate all’export, incrementando così la competitività dell’Eurozona. La decisione della BCE va in una direzione in linea teorica positiva, perché sta a significare che complessivamente l’economia ha raggiunto uno step per cui non necessita di ulteriori misure eccezionali che la sostengano. Al tempo stesso il mantenimento dei tassi su valori minimi suggerisce una prudenza – con ogni probabilità si intravedono ancora dei fattori di rischio – a cui Francoforte per il momento preferisce non rinunciare.

Resta però un fatto: il QE e i tassi al minimo (iniziative che ad esempio hanno fatto risparmiare molti soldi all’Italia di interessi sul debito) non rappresentano la normalità, bensì l’eccezione. Niente più scuse, allora: adesso capiremo se il ciclo economico è ripartito sul serio.

@fabiogermani

 

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