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Gli ultimi sviluppi del dossier nordcoreano

A che punto sono le trattative tra Washington e Pyongyang mentre l'economia nordcoreana subisce gli effetti negativi delle sanzioni internazionali
di Mirko Spadoni

Una fonte a conoscenza del dossier sostiene che per il regime nordcoreano ci sono «forti possibilità» di un secondo incontro tra il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, e il dittatore della Corea del Nord, Kim Jong-un, dice la CNN. Sarebbe il secondo faccia-a-faccia dopo quello di Singapore del 12 giugno scorso e potrebbe servire agli Usa per convincere l’interlocutore nordcoreano ad avviare il processo di denuclearizzazione, concordato in modo assai generico durante l’ultimo vertice. In cambio, Washington promette di allentare le sanzioni. Sanzioni che avrebbero avuto un impatto negativo sull’economia nordcoreana, senza indurla a rinunciare alle sue velleità nucleari-missilistiche.

Infatti la Corea del Nord non avrebbe abbandonato il suo programma missilistico, anche se è difficile stabilirlo con certezza, data l’impermeabilità del regime. Alcune immagini satellitari pubblicate da 38 North, sito che cerca di monitorare quanto avviene all’interno dei confini nordcoreani, sostengono che Pyongyang ha iniziato a smantellare la Stazione di lancio satellitare di Tongchang-ri, nel nord-ovest del Paese, utilizzata come sito di collaudo di motori per missili balistici. Mentre, solo qualche giorno prima, alcune fonti interne all’intelligence americana citate dal Washington Post e dall’agenzia Reuters avevano sostenuto che il regime non avrebbe interrotto la produzione di missili intercontinentali nello stabilimento di Sanumdong, vicino la capitale.

Per convincerlo a desistere dai suoi intenti, gli Stati Uniti hanno continuato a fare pressione sul regime: la scorsa settimana Washington ha chiesto al Comitato sanzioni del Consiglio di sicurezza di accusare la Corea del Nord di nuove violazioni – Pyongyang starebbe importando dalla Cina una quantità di prodotti petroliferi superiore a quella consentita dalle sanzioni –, senza però riuscirci: Mosca e Pechino hanno bloccato l’iniziativa, rinviando la questione di sei mesi. Eppure ottenere un allentamento delle sanzioni è un obiettivo (quasi) vitale per il regime nordcoreano. Specie considerando il suo stato di salute economico.

Le cose non stanno andando granché bene alla Corea del Nord. La Bank of Korea, la banca centrale sudcoreana, stima che il Prodotto interno lordo del vicino nordcoreano si è contratto del 3,5% nel 2017 – dopo il +3,9% del 2016 –, la performance peggiore dal 1997 (-6,5%). Un anno difficile da dimenticare per i nordcoreani: nel 1997 il Paese fu colpito da una carestia di proporzioni enormi. Nel 2017, la produzione industriale, che vale quasi un terzo dell’economia nordcoreana, è diminuita dell’8,5%, mentre l’export è sceso del 37,2%, a 1,8 miliardi di dollari. A crescere, sostiene la Bank of Korea, è stata la cosiddetta “economia informale”, vale a dire il mercato nero, che per l’Institute for Korean Integration of Society conta per circa il 60% del totale. Gli analisti sostengono che a incidere negativamente sono state le sanzioni internazionali e la siccità che ha colpito alcune aree del Paese. In queste settimane la Corea del Nord è investita da un’ondata di caldo – in alcune regioni le temperature hanno raggiunto i 40° –, definita dal Rodong Sinmun, il quotidiano del Partito comunista nordcoreano, un «disastro naturale senza precedenti». Un inciso necessario: si tratta di stime, in quanto il regime di Kim Jong-un non pubblica statistiche.

Le condizioni di vita dei cittadini nordcoreani rimangono pessime: uno su dieci è in condizione di schiavitù, sostiene il rapporto annuale Global Slavery Index della Walk Free Foundation. Lo studio – l’analisi esamina anche altri casi: Eritrea, Burundi, Repubblica Centrafricana, Afghanistan, Mauritania, Sud Sudan, Pakistan, Cambogia e Iran – sostiene che i nordcoreani ridotti in schiavitù sarebbero 2,6 milioni su una popolazione che conta complessivamente 25 milioni di abitanti. Se confermati – tra le altre cose, il dossier cita le testimonianze di 50 nordcoreani fuggiti all’estero –, i dati contenuti nel rapporto fanno la Corea del Nord il Paese con la più alta concentrazione di schiavi al mondo.

Questo tema, però, non è stato affrontato durante gli incontri diplomatici più recenti: un recente articolo dell’Economist ne ha fatto emergere «il lato oscuro». Gli incontri hanno legittimato il dittatore nordcoreano, facendo passare in secondo piano la brutalità del suo regime. Una scelta voluta specialmente dalla controparte sudcoreana – un esempio: a giugno Seul ha stracciato un contratto stipulato con una fondazione che si occupa di diritti umani in Corea del Nord – e dettata da un motivo preciso: non far naufragare immediatamente le trattative, ancora nel loro stato embrionale. Non è escluso comunque che il rispetto dei diritti umani venga affrontato in un secondo momento, più avanti.

Intanto fuggire dalla Corea del Nord è sempre più difficile: il numero dei cittadini nordcoreani riusciti a scappare dal Paese è diminuito notevolmente: nel primo semestre del 2018 sono stati 488, il 18% in meno rispetto allo stesso periodo del 2017. Il motivo principale? La Corea del Nord e la Cina, paese di transito per i nordcoreani che vogliono fuggire, hanno rafforzato i controlli lungo la frontiera.

 

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