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Le Nuove vie della Seta: quali opportunità economiche per l’Italia

Attraverso la repressione Pechino sta cercando di stabilizzare lo Xinjiang, una regione fondamentale per le Nuove vie della Seta, un progetto che rappresenta un'occasione commerciale importante anche per il nostro paese
di Mirko Spadoni

Pechino ha ammesso l’esistenza di «campi di addestramento vocazionali» (termine edulcorato, per indicare quelli che, secondo Onu e Stati Uniti, sono dei campi di prigionia) nello Xinjiang, per i cittadini accusati di estremismo religioso: in tutto sarebbero un milione i reclusi. A lungo, invece, ne avevano negato l’esistenza. Attraverso la repressione, dunque, le autorità cinesi cercano di stabilizzare una regione strategica per le Nuove vie della Seta – Belt and Road Iniziative, in inglese –, che rappresentano un’importante occasione commerciale anche per l’Italia.

Prima un passo indietro, però: lo Xinjiang – Nuova frontiera, in cinese – è tra le regioni più instabili della Repubblica popolare cinese. Lontana, lontanissima dal centro politico, finanziario e industriale del Paese, è popolata prevalentemente dagli uiguri, musulmani di lingua turcofona, che costituiscono il 46% degli abitanti contro il 40% degli han, l’etnia che rappresenta il 90% della popolazione della Repubblica popolare. La quota degli han è cresciuta negli ultimi anni, grazie ad alcune politiche che hanno incentivato l’immigrazione interna dalle altre zone del Paese.

Al tentativo di sinizzazione della regione, alcuni uiguri hanno reagito scegliendo la via della radicalizzazione, organizzandosi nel Partito islamico del Turkestan – nome con il quale gli uiguri chiamano lo Xinjiang –, che fino al 2013-2014 era rimasta una delle cellule meno attive della galassia jihadista: pochi erano stati gli attentati organizzati, fino a quel momento. Poi, però, le cose sono cambiate, con il conflitto siriano che ha rappresentano un punto di svolta. Circa 300 uiguri hanno combattuto in Siria, tra le fila dello Stato islamico e di altre sigle jihadiste.

La stabilità dello Xinjiang è fondamentale, in quanto regione strategica per la difesa del Paese e snodo terrestre delle Nuove vie della Seta, attraverso le quali la Cina vuole raggiungere i mercati europei, africani e dell’Asia centrale, via mare e via terra, diversificando le proprie rotte commerciali, aggirando così la strategia di contenimento degli Stati Uniti.

Le Nuove vie della Seta, un progetto lanciato alla fine del 2013, permetteranno alla Cina di raggiungere almeno 70 Paesi, che complessivamente generano un terzo del Prodotto interno lordo mondiale, dove vive almeno il 70% della popolazione (4,4 miliardi di persone) e possiedono oltre il 75% delle riserve energetiche globali.

Una volta realizzate tutte le infrastrutture necessarie, le Nuove vie della Seta permetteranno uno spostamento più rapido delle merci. Attualmente, il tempo medio di trasporto dalla Cina all’Europa è di 730 ore, molto di più rispetto alle 610 ore necessarie per il trasporto delle merci cinesi con il resto del mondo e rispetto alle 430 ore rispetto alla media mondiale.

Trasferire una parte dei commerci da mare, dove attualmente viaggia oltre il 90% delle merci scambiate nel mondo – il trasporto via mare è economicamente più conveniente, costando un quarto rispetto ad altre modalità di trasporto –, a terra ridurrebbe i tempi dagli attuali 37-45 giorni di navigazione a 16-21 giorni di ferrovia.

Le Nuove vie della Seta rappresentano un’importante occasione commerciale per l’Italia, che può diventare uno snodo fondamentale. Qualche esempio. Il ministero degli Esteri riferisce che le imprese italiane di costruzione sono presenti in 40 dei 70 Stati BRI, con contratti, concentrati nella realizzazione di sistemi infrastrutturali come strade e metropolitane, per un valore complessivo di oltre 36,6 miliardi di euro, pari al 40% del totale delle commesse in corso (90,8 miliardi) aggiudicate dalle imprese edili italiane nel mondo.

A livello commerciale, inoltre, i Paesi BRI assorbono il 27% dell’export italiano nel mondo: in particolare, la Cina rappresenta il nono mercato per le esportazioni di prodotti made in Italy, che nel 2016 hanno toccato gli 11,1 miliardi di euro (+6,4% rispetto all’anno precedente) e dovrebbero registrare un ulteriore incremento di 296,8 milioni entro il 2020. Con le Nuove vie della Seta, gli scambi commerciali potrebbero crescere ancora di più.

Attualmente, però, il governo italiano non ha ancora sottoscritto con Pechino il memorandum d’intesa per ufficializzare la partecipazione italiana alla BRI. Inoltre, nessun accordo è stato raggiunto per rendere i porti italiani snodi concreti dell’iniziativa.

 

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