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Stati Uniti: il possibile impatto delle elezioni midterm sull’Europa (e sull’Italia)

Molto dipenderà dalle politiche commerciali e dalle decisioni che prenderà Trump dopo il voto del 6 novembre. Tre scenari per capire il quadro di riferimento
di Redazione

Mancano pochi giorni alle elezioni midterm, che alla vigilia sembrano quasi apparire come la più importante tornata elettorale degli ultimi anni. C’è un dato che porta a pensare in questo modo: oltre 23 milioni di americani hanno già votato tramite il sistema del voto anticipato, che può essere esercitato di persona o per posta. Il 6 novembre, se il trend si dovesse confermare questo, l’affluenza alle urne potrebbe registrare valori piuttosto alti. Non sembra allora azzardato immaginare che la figura di Donald Trump – il quale negli ultimi giorni sta premendo molto sul tema dell’immigrazione per compattare la sua base elettorale – stia motivando gli americani a partecipare, di fatto polarizzando il voto nell’ottica di un referendum su di lui. Resta da capire quale elettorato, al momento, sia più coinvolto, se quello democratico o quello repubblicano: forse la sfida sarà tutta qui. I temi di politica interna, l’economia soprattutto, sono stati i più seguiti durante la campagna elettorale. È normale che sia così, in appuntamenti di questo tipo: in politica estera il presidente degli Stati Uniti mantiene ampi poteri, anche di veto; sulle questioni nazionali un Congresso avverso all’inquilino della Casa Bianca può, al contrario, limitarne (e non di poco) il raggio di azione. Attualmente, stando ai più recenti sondaggi, non si esclude un’avanzata significativa dei democratici alla Camera e una maggioranza repubblicana che si conferma al Senato. In che modo le elezioni midterm, in programma tra pochi giorni, potranno influenzare anche l’Europa (e l’Italia in particolare)?

La risposta immediata è attraverso il commercio, o meglio: attraverso le decisioni che Trump prenderà su questo fronte. E molto dipenderà proprio dall’esito elettorale. È il Gruppo Sace a entrare nel dettaglo della questione. «Oggi gli Stati Uniti – scrivono i curatori del report, Pierluigi Ciabattoni e Stefano Gorissen – si avvicinano alle elezioni di midterm con un ciclo economico piuttosto favorevole (+2,9% atteso per il 2018) e un tasso di disoccupazione ai minimi da 50 anni (3,7%) con i dati dei non-farm payroll che segnalano il 96° mese consecutivo di espansione e oltre 200 mila nuovi occupati, in media al mese, nell’ultimo anno. Ciononostante, i sondaggi (con tutti i caveat circa la loro attendibilità) vedono i democratici in vantaggio, almeno alla Camera dei rappresentanti». Per quali ragioni, considerato il peso dell’economia sulle decisioni di voto? Perché entrano in gioco altri fattori, come avevamo avuto già modo di verificare. «Vi sono meccanismi più complessi – spiegano Ciabattoni e Gorissen – che hanno a che fare con i singoli effetti economici su famiglie e imprese oppure riguardano interessi specifici, come quelli degli elettori che reclamano maggiore assistenza sanitaria o quelli delle imprese che temono le ritorsioni commerciali dei paesi partner, sotto forma di dazi (timori che si estendono anche ai consumatori per via di un potenziale aumento dei prezzi)».

Vi è poi preoccupazione per l’ampliamento dei due “famosi” deficit: fiscale e commerciale. «Il primo è atteso in crescita del 17% nel 2018 (per un totale di 780 miliardi di dollari). Lo sperato aumento della base imponibile che avrebbe dovuto compensare i tagli della tassazione, infatti, non ha avuto luogo. Ed è aumentato anche il disavanzo commerciale nonostante i dazi introdotti con il dichiarato obiettivo di restringerlo (circa +10% nei primi 8 mesi del 2018 rispetto allo stesso periodo del 2017 e +9% nei confronti del “nemico” numero uno: la Cina). Ciò verosimilmente è avvenuto per via dello stimolo fiscale che ha dato impulso alla domanda (anche dei beni di importazione), favorendo l’ampliamento del deficit, e la forza del dollaro (di cui il dollar index – aumentato di oltre il 5% da inizio anno – costituisce una misura) potrà peggiorare ulteriormente il saldo commerciale. In questo contesto vanno lette le critiche del presidente Trump alle scelte di politica monetaria della Fed (tre rialzi nel 2018, un altro atteso entro fine anno e ulteriori tre previsti nel 2019). I rialzi hanno, tra gli altri, l’effetto di far apprezzare il biglietto verde».

Ed è qui che entra in gioco il commercio. «Quale che sia il risultato delle elezioni di midterm – si legge nel report del Gruppo Sace –, le scelte di politica commerciale saranno indissolubilmente legate alle future strategie di Donald Trump grazie agli ampi poteri (anche di veto) che il sistema politico americano garantisce al presidente su questo fronte. Non sono quindi attese significative inversioni di marcia e la riduzione del deficit con l’estero mediante l’introduzione di dazi rimarrà, verosimilmente, un obiettivo dell’agenda, La Cina, con ogni probabilità, resterà il bersaglio principale e anche l’Unione europea potrebbe finire nel mirino di Trump. In caso di vittoria, parziale o totale, dei democratici, e quindi in assenza di grandi margini di manovra dal lato dell’attività legislativa, è addirittura ipotizzabile che la politica commerciale sia ancora più aggressiva».

Perciò i curatori del report hanno provato ad immaginare alcuni scenari che riguardano da vicino il nostro paese. «È evidente che l’Italia abbia molto da perdere in una “trade war” Usa-UE. Gli Stati Uniti hanno infatti domandato oltre 40 miliardi di euro di nostri beni nel 2017 (3° mercato di sbocco). Con un Congresso spaccato (quindi con i democratici che ottengono la maggioranza alla Camera, ma non al Senato, ndr), i margini di manovra in materia di politica economica sarebbero ridotti e Trump potrebbe focalizzarsi principalmente sulla politica commerciale: l’introduzione di dazi nei confronti dell’UE colpirebbe le nostre imprese. Nel secondo scenario (i repubblicani si confermano maggioranza al Congresso, anche se poi andrà valutata la consistenza di tale maggioranza, ndr), la conferma dell’attuale stimolo fiscale e l’introduzione di un secondo pacchetto di tagli avrebbe un impatto positivo sulla domanda, compresa quelli di beni italiani. Con un Congresso concentrato su questi temi, il rischio di dazi nei confronti dell’UE resterebbe, ma con una minore probabilità di accadimento».

Arriviamo così al terzo scenario: «Una vittoria dei democratici in entrambi i rami del Congresso avrebbe un impatto incerto: negativo nel breve, per l’assenza dei benefici derivanti da un ulteriore stimolo fiscale e per una politica commerciale probabilmente ancora aggressiva; potenzialmente più favorevole nel medio-lungo poiché una sconfitta dei repubblicani nel 2020 implicherebbe, verosimilmente, un’inversione di rotta dal lato della politica commerciale». Da registrare, intanto, una possibile riduzione delle tensioni commerciali tra Washington e Pechino: secondo l’agenzia Bloomberg, Trump vorrebbe raggiungere un accordo sul commercio con il presidente cinese Xi Jinping che incontrerà a margine del G20 in Argentina a fine novembre.

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