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Il consumo di suolo e l’abusivismo in Italia

Per il ministro Costa sono 7,5 milioni gli italiani che vivono in zone pericolose, mentre Coldiretti stima il 91% dei Comuni a rischio idrogeologico. I dati Ispra e Legambiente
di Redazione

I danni del maltempo in Italia hanno provocato, negli ultimi giorni, circa una trantina di morti, da Nord a Sud (12 persone solo in Sicilia, nove delle quali travolte dall’esondazione in una villetta abusiva). Case ubicate in zone considerate a rischio, di solito non a norma. E il tempo, ovviamente, che è sempre meno clemente. Motivi che spiegano come e perché le vite di interi nuclei familiari possono essere messe in pericolo quando si veificano eventi di portata straordinaria. Secondo il ministro dell’Ambiente, Sergio Costa, «l’Italia è un paese fragile, bisogna dare risposte immediate, ma anche a lungo termine». Il ministro ha poi ricordato che sono 7,5 milioni gli italiani che vivono in zone pericolose, mentre Coldiretti stima il 91% dei Comuni a rischio idrogeologico.

In molti casi, l’abusivismo risale a diversi anni fa. In altri casi non si tratta di vero e proprio abusivismo, ma di ulteriore consumo di suolo, talvolta irresponsabile, addirittura in aree che di partenza sarebbero poco indicate per costruire. Dal rapporto annuale 2018 dell’Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) si scopre, ad esempio, che «il confronto tra i dati 2016 e 2017 evidenzia che il 6,1% (318 ettari) del suolo consumato in questo periodo è avvenuto proprio nelle aree a pericolosità da frana, con un incremento percentuale medio dello 0,12%. Circa 24 ettari sono stati consumati in questo periodo in aree a pericolosità molto elevata (P4), 47 in aree a pericolosità elevata (P3). Tra le Regioni, la Valle D’Aosta e il Trentino-Alto Adige hanno avuto un incremento di suolo consumato dello 0,4% in aree a pericolosità molto elevata (P4)».

Non si tratta solo di “quanto” suolo viene consumato (e “come”), ma anche di “dove”, perché il suolo non è “indifferente”, ricorda l’Ispra. E molte delle misure adottate o delle scelte fatte non sembrano rispondere ad esigenze particolari quali la messa in sicurezza del territorio, «aumentando il rischio per le popolazioni (ma si continua, come si vede, a costruire non solo in aree a rischio idraulico, ma anche ad elevato rischio sismico, geologico etc.)».

Riguardo l’abusivismo, la recente campagna di Legambiente, Abbatti l’abuso, fornisce qualche dato interessante: «Nel 2014 secondo la stima del Cresme, in barba alla crisi economica che ha colpito duramente il settore edile, sono stati costruiti in Italia 20 mila nuovi abusi, tra ampliamenti e nuove costruzioni». «Ci sono aree del Paese – prosegue Legambiente – dove il diritto di possedere una casa abusiva è stato sancito dal passare degli anni senza che i Comuni facessero rispettare la legge. Dove chi ha costruito secondo il piano regolatore, nel migliore dei casi, viene considerato un fesso. Dove il ciclo illegale del cemento, dallo sfruttamento delle cave, all’abusivismo abitativo fino alle grandi speculazioni immobiliari, è saldamente nelle mani della criminalità organizzata. Nei cantieri del mattone illegale il lavoro nero è la regola, la sicurezza semplicemente non esiste, i materiali utilizzati sono di pessima qualità».

In altre parole, è la denuncia di Legambiente, «l’abusivismo edilizio è un’autentica piaga del nostro Paese. Una ferita che viene continuamente riaperta dalle promesse di condono edilizio. Di fronte al dilagare del mattone illegale lo Stato “corre ai ripari” premiando i furbi e condonando l’illegalità». Tre volte è successo negli ultimi trent’anni, viene ricordato: 1983, 1994, 2003. «La costante dei condoni edilizi alimenta il fenomeno, ma a moltiplicare i cantieri illegali è soprattutto un altro incentivo micidiale: la quasi matematica certezza che l’immobile abusivo non verrà abbattuto. Le ordinanze di demolizione effettivamente eseguite, anche quando sono previste da sentenze della magistratura diventate definitive, sono l’eccezzione e non la regola. Lo confermano i dati sulle demolizioni eseguite nei comuni capoluogo di provincia, dal 2000 al 2011, appena 4.956, ovvero il 10,6% delle 46.760 ordinanze emesse».

 

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