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L’effetto domino del caso Apple

La rivisitazione delle stime sui ricavi di Apple ha comportato un crollo non solo del titolo del colosso di Cupertino negli scambi after hour, ma dei principali listini mondiali
di Matteo Buttaroni

Giovedì, per la prima volta in 16 anni, la Apple ha tagliato le stime sui ricavi (nel primo trimestre l’azienda potrebbe realizzare nove miliardi in meno di ricavi rispetto a quanto ipotizzato nelle stime precedenti), imputando la rivisitazione al rallentamento dell’economia cinese e alle vendite inferiori rispetto a quanto sperato della nuova generazione di iPhone (XS e XR). In una lettera inviata agli investitori, Tim Cook ha fatto mea culpa a nome dell’azienda, soprattutto sul sottostimato rallentamento della Cina:

«Mentre prevedevamo alcune sfide nei principali mercati emergenti, non prevedevamo l’entità della decelerazione economica, in particolare nella Grande Cina. In effetti, la maggior parte delle nostre entrate si è rivelata inadeguata alla nostra guida e oltre il 100 percento del nostro declino delle entrate mondiali su base annua si è verificato nella Grande Cina attraverso iPhone, Mac e iPad. L’economia cinese ha iniziato a rallentare nella seconda metà del 2018. La crescita del PIL riferita dal governo durante il trimestre di settembre è stata la seconda più bassa negli ultimi 25 anni. Riteniamo che l’ambiente economico in Cina sia stato ulteriormente influenzato dall’aumento delle tensioni commerciali con gli Stati Uniti. Mentre il clima di crescente incertezza gravava sui mercati finanziari, gli effetti sembravano raggiungere anche i consumatori, mentre il traffico verso i nostri negozi e i nostri partner di canale in Cina diminuivano con il progredire del trimestre. E i dati di mercato hanno dimostrato che la contrazione del mercato degli smartphone della Grande Cina è stata particolarmente forte. Nonostante queste sfide, riteniamo che il nostro business in Cina abbia un futuro brillante».

Ottimismo sul futuro che però non è bastato, a quanto pare. Nella seduta che ha immediatamente seguito la comunicazione dei dati trimestrali il titolo del colosso di Cupertino è crollato di oltre il 9%, bruciando quasi 450 miliardi di dollari rispetto al picco dello scorso ottobre. Un tonfo che ha creato un effetto domino sui principali listini mondiali. Wall Street è crollata del 3%, mentre le borse asiatiche e quelle europee hanno perso intorno all’1%.

LA PARABOLA DI CUPERTINO
Ormai non è una novità: il mercato degli smartphone non solo è saturo, ma si trova a fronteggiare un cambio di abitudini che vede i consumatori cambiare meno spesso il dispositivo rispetto al passato, e questo alla Apple sta pesando molto, soprattutto alla luce del fatto che gran parte delle sue entrate arrivano proprio dagli iPhone. A tutto ciò si aggiungono alti due fattori, non meno importanti. Il costo proibitivo delle ultime generazione di iPhone e l’ascesa sempre più dirompente degli smartphone cinesi. Secondo IDC, per esempio, la Huawei (di recente finita sono i riflettori statunitensi perché minerebbe la sicurezza nazionale) nel secondo trimestre del 2018 ha superato nella classifica delle vendite il colosso di Cupertino con 54 milioni di smartphone venduti contro i 41,3 milioni registrati dalla Apple. Di conseguenza la quota di mercato del produttore giapponese si è attestata al 15,8% a fronte del 12,1% della mela morsicata. Andamento analogo è stato rilevato da Strategy Analytics nel terzo trimestre: mentre le vendite di Huawei (ancora al secondo posto dopo la Samsung) crescevano del 32,5%, quelle di Apple registravano una variazione nulla. In aumento, del 19%, anche quelle di dispositivi Xiaomi (altra eccellenza cinese)

 

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