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Bassa crescita e intensità lavorativa, i rischi del 2019

La Commissione europea stima un aumento del Pil dello 0,2%. Sostegno dal RdC, ma si teme un deterioramento del mercato del lavoro

Italia fanalino di coda nell’UE per crescita, secondo le ultime stime della Commissione di Bruxelles. Di più: siamo l’unico paese europeo che nel 2019 non aumenterà il suo Pil almeno dell’1%: ci fermeremo ad uno striminzito +0,2%. La poca crescita cui assisteremo deriverà dai consumi privati, favoriti dalla riduzione del costo degli energetici e dal sostegno economico che giungerà attraverso il reddito di cittadinanza (RdC), misura cardine della legge di bilancio del governo. Ma per il resto, il rallentamento generale previsto, porterà ad un nuovo deterioramento del mercato del lavoro, con tutte le conseguenze che potranno derivare.

A proposito di reddito di cittadinanza. In questi giorni sono emerse critiche al provvedimento (da parte di Confindustria, ad esempio, ma anche di alcuni esponenti politici di opposizione) sul possibile incentivo a non accettare posizioni lavorative meno remunerative di quanto i beneficiari percepirebbero dal RdC. Al di là dell’impianto della norma – che comunque mette dei paletti (altra cosa sarà poi, nel tempo, valutarne l’impatto soprattutto in termini di politiche attive) –, sullo sfondo rimane una questione fondamentale: i salari troppo bassi in Italia.

Secondo l’osservatorio Jobs Salary Outlook 2018 di JobPricing, diffuso verso la fine dello scorso anno, nel primo semestre gli stipendi degli italiani erano calati, risultando tra i peggiori. Il Censis, più nel dettaglio, ha rilevato nell’annuale rapporto sulla situazione sociale del paese che tra il 2000 e il 2017 il salario medio annuo è aumentato in Italia solo dell’1,4% in termini reali. «La differenza – sottolineava ancora il Censis – è pari a poco più di 400 euro annui, 32 euro in più se considerati su 13 mensilità. Nello stesso periodo in Germania l’incremento è stato del 13,6%, quasi 5.000 euro annui in più, e in Francia di oltre 6.000 euro, cioè 20,4 punti percentuali in più. Se nel 2000 il salario medio italiano rappresentava l’83% di quello tedesco, nel 2017 è sceso al 74% e la forbice si è allargata di 9 punti». Un quadro di impoverimento generale, pertanto, in cui non stupisce un’ulteriore osservazione: «L’Italia è ormai il paese dell’Unione europea con la più bassa quota di cittadini che affermano di aver raggiunto una condizione socio-economica migliore di quella dei genitori».

Con 27,55 euro, ha registrato di recente l’Istat, l’Italia si posiziona leggermente sotto la media dell’area euro per il costo del lavoro orario e per la retribuzione lorda oraria – anno di riferimento 2016 –, 19,92 euro contro 21,56 euro. A dicembre, invece, l’ultima rilevazione dell’Istituto nazionale di statistica certficava che «nella media del 2018 le retribuzioni contrattuali orarie sono tornate a crescere dopo un lungo periodo di rallentamento che si protraeva da nove anni. L’inflazione rimasta debole nel periodo ha favorito un minimo guadagno in termini reali. La crescita retributiva che ha interessato tutti i comparti è risultata sostanzialmente omogenea nel settore privato e più marcata nella pubblica amministrazione».

Secondo le stime Istat, un milione e 791 mila sono destinatari del RdC in età da lavoro (16-64 anni): di queste 600 mila sono persone in cerca di occupazione (il 22,7% del totale) e 428 mila sono occupati (il 15,8%).

 

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