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Stati Uniti: l’attività economica sta rallentando?

Premessa: l’economia statunitense gode di ottima salute da diverso tempo. Ma alcuni segnali – da produzione industriale e vendite al dettaglio, ad esempio – potrebbero mettere in risalto alcuni scricchiolii

di Redazione

L’economia statunitense gode, nel complesso, di ottima salute. Pil costantemente in crescita, disoccupazione ai minimi storici ed elevati livelli occupazionali. Negli ultimi due anni, la riforma fiscale del 2017 voluta fortemente dal presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha avuto un impatto positivo, permettendo alle imprese di sostenere investimenti e rilanciare il mercato del lavoro, il cui recupero era stato tuttavia già osservato durante l’amministrazione Obama. Eppure, in queste settimane, sono emersi dati che sembrano presagire leggeri scricchiolii nell’economia Usa.

Ci sono da considerare alcuni aspetti, prima. La prima parte di amministrazione Trump è stata caratterizzata da una profonda revisione della politica estera e commerciale degli Stati Uniti. Le rinegoziazioni sul Nafta (l’accordo commerciale con Canada e Messico) e la guerra dei dazi con la Cina (in queste settimane sono in corso dei colloqui molto importanti tra Washington e Pechino finalizzati a rendere strutturale la momentanea tregua sull’applicazione di tariffe sui prodotti Usa e cinesi, peraltro in scadenza). A questi fattori, si aggiungano altre decisioni quali l’uscita dall’accordo sul nucleare iraniano del 2015 e la posizione alquanto scettica nei riguardi dell’accordo di Parigi sul clima. Tutti elementi che, nel bene o nel male, possono provocare scossoni (anche qui: positivi o negativi) all’economia.

In ogni caso, a gennaio sono stati creati 304 mila nuovi impieghi, ulteriore segnale di un mercato del lavoro in espansione, mentre la partecipazione (il rapporto tra forza lavoro – occupati e disoccupati in cerca di impiego – e popolazione) è aumentata al 62,3%, mantenendosi su valori storicamente bassi, ma comunque i più alti dal 2013. Il tasso di disoccupazione è però lievemente salito al 4%, probabilmente conseguenza dello shutdown delle scorse settimane. C’è un altro elemento, infatti, che sta indirettamente caratterizzando l’economia Usa: l’ambizione di Trump di costruire il muro al confine con il Messico, ragione che lo ha spinto proprio in queste ore (superando il Congresso che in precedenza aveva dato l’ok all’accordo bipartisan per evitare una nuova paralisi delle attività federali) a dichiarare lo stato d’emergenza, in teoria utile per reperire fondi straordinari per la realizzazione dell’opera.

Arriviamo così agli scricchiolii. Nella settimana al 9 febbraio 2019, le richieste di sussidio alla disoccupazione sono salite di 4.000 unità a 239.000 dalle 235.000 unità (riviste) della settimana precedente, un dato oltre le attese degli analisti. Ma soprattutto la produzione industriale – indicatore fondamentale per misurare il “momento” di un’economia – a gennaio è diminuita dello 0,6% su dicembre 2018, quando si attendeva al contrario un rialzo dello 0,1% (su base annua la produzione è salita del 3,8%). A dicembre 2018, infine, le vendite al dettaglio sono calate al minimo da nove anni, dell’1,2% Dato che potrebbe spingere a rivedere al ribasso le stime di crescita per il quarto trimestre, quindi al 2%.

 

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