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Le donne nel mercato del lavoro

A parità di condizioni sono più svantaggiate rispetto ai colleghi uomini, mentre il divario occupazionale resta ampio. Riflessioni che vanno al di là della giornata dell’8 marzo

di Redazione

Al netto di dati positivi – Coldiretti, ad esempio, stima che più di un’azienda agricola su quattro è guidata da donne – la questione femminile resta più che mai uno dei principali nodi per lo sviluppo del paese. Perché le differenze di genere, in Italia, risultano ancora troppo marcate. La partecipazione femminile al mercato del lavoro è relativamente bassa, almeno nel confronto con quanto avviene in altri paesi europei. Le donne si laureano in quota superiore e più velocemente degli uomini, eppure a parità di attività o mansioni svolte guadagnano meno dei colleghi maschi. Per non parlare, infine, degli svantaggi che spesso incontrano nel coniugare lavoro e impegni familiari, talvolta obbligandole ad una scelta a causa di politiche di conciliazione non adeguate che poco coinvolgono i padri. Ma sono i numeri a spiegare meglio la situazione nel complesso, riflessioni che vanno molto al di là delle semplici considerazioni in occasione delle celebrazioni dell’8 marzo.

In attesa dei nuovi dati sul mercato del lavoro relativi all’ultimo periodo del 2018 – l’Istat li diffonderà la prossima settimana –, nel terzo trimestre dello scorso anno si conferma il trend che vede il tasso di occupazione femminile di gran lunga inferiore a quello maschile. In generale, negli anni della crisi, il divario si è ridimensionato e per quanto effettivamente siano cresciuti i livelli occupazionali per le donne è la componente maschile – per via dellacospicua riduzione degli uomini occupati – ad avere contribuito maggiormente. A fronte di un tasso di occupazione che nel periodo di riferimento si attestava al 58,9%, per gli uomini era al 68,5% mentre per le donne appena al 49,4%. Più gravi le distanze nella ripartizione geografica, specialmente al Mezzogiorno dove il tasso di occupazione femminile era pari al 32,7% (57,7 per gli uomini).

In Italia – si legge nell’ebook Il mercato del lavoro 2018 – Una lettura integrata di ministero del Lavoro, Istat, Inps, Inail, Anpal – meno della metà delle donne tra 15 e 74 anni appartiene alle forze lavoro (48,1% contro il 59% dell’UE) mentre tale condizione riguarda i due terzi della popolazione maschile (66,3% contro il 70,4% dell’UE). Peraltro, se tra gli uomini il gap con l’Europa tende ad attenuarsi dai 30 anni in su – con tassi di attività nelle classi di età più adulte molto simili e superiori al 90% – per le donne il valore più alto dell’indicatore si attesta al 70,4% tra le 35-39enni, ma la distanza rispetto alla media europea non scende mai sotto ai dieci punti percentuali. Del resto, in Italia il divario di genere raggiunge il valore più alto dopo Malta (18,2 punti contro 11,4 della media UE).

Per le donne, inoltre, si riscontra una maggiore presenza di inattive legata prevalentemente a motivi di carattere familiare e alla presenza elevata di donne adulte che, per difficoltà di inserimento o per motivi culturali, non hanno mai lavorato nella loro vita. Tra le donne di 45-74 anni che non appartengono alle forze lavoro, infatti, il 30,4% non ha mai avuto esperienze di lavoro nella vita, fenomeno quasi assente tra gli uomini (3,8%) e molto più accentuato per le donne con basso titolo di studio (35,9%) e residenti nel Mezzogiorno (54,5%).

E tra quante, lavoratrici, riescono a fare carriera, come vanno le cose? A livello di manager, secondo l’Eurostat, occupiamo le ultime posizioni UE, con il 29% di incidenza femminile. Tra i principali partner europei, il quadro migliora nei consigli d’amministrazione: in questo segmento siamo secondi (con il 36,4% di presenze femminili nei cda) solo alla Francia (44%).

 

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