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La protezione ambientale e la “svolta green” in Europa

La responsabilità verso l’ambiente è ormai sinonimo di creazione di valore per superare la crisi e affrontare al meglio le sfide del futuro

di Redazione

Secondo l’Eurostat nel 2018 la spesa per la protezione ambientale degli Stati membri ammontava a 297 miliardi, valore che fa segnare una crescita media annua del 2% e complessivamente un aumento del 22% dal 2006. In rapporto al Pil, la spesa media europea per la protezione ambientale è rimasta pressoché simile: dal 2% del 2006 all’1,9% registrato lo scorso anno. Dal rapporto emerge che la spesa nazionale per la protezione ambientale è minore di quel che le famiglie spendono per tabacco, bevande alcoliche e stupefacenti.

La spesa nazionale considerata dall’Eurostat è calcolata come la somma della spesa corrente per le attività di protezione ambientale più gli investimenti in questo tipo di attività e i trasferimenti netti verso il resto del mondo, di amministrazioni pubbliche, società, enti no profit e famiglie. A coprire la quota maggiore dei 297 miliardi sono le società, con circa il 54% della spesa totale, le amministrazioni pubbliche e le istituzioni no profit provvedono per il 24%, mentre le spese delle famiglie ammonta al 22% della spesa totale. Tra il 2006 e il 2018 la quota della spesa delle famiglie è aumentata del 50%, a testimonianza della maggiore attenzione dei cittadini verso il tema ambientale e dell’efficacia della comunicazione dell’importanza della protezione. Secondo i più recenti dati dell’Ocse, riferiti al 2016, l’Italia destinava alla protezione ambientale lo 0,9% della spesa pubblica, quindi meno di 16 miliardi di euro, il dato percentuale di per sé esiguo, risulta però adeguato se confrontato con quello di altri paesi europei: la Francia destinava l’1% del Pil, mentre peggio del nostro paese, in termini percentuali, al 2016: Germania, 0,6%, Inghilterra e Spagna rispettivamente 0,7% e 0,85% del Pil.

In generale, negli ultimi anni la svolta green è messa in pratica da tutti gli attori e anche i mercati si adeguano a questo framework orientando i flussi di capitale verso soluzioni e investimenti green. Una delle idee promosse è quella secondo cui la responsabilità ambientale è sinonimo di creazione di valore e metodo per superare la crisi e affrontare al meglio le sfide del futuro. In quest’ottica: solo quest’anno 300 mila aziende italiane hanno puntato sulla sostenibilità, segnando un nuovo record del livello degli investimenti. Secondo il decimo rapporto GreenItaly di Fondazione Symbola e Unioncamere, la scelta è stata accompagnata da un conseguente maggior dinamismo, infatti il 51% delle imprese manifatturiere eco-investitrici hanno segnalato nel 2018 un aumento dell’export, contro il 38% di quelle che non hanno investito. Stando al rapporto GreenItaly, la svolta ecofriendly è realmente sinonimo di crescita come testimoniano i dati sul lavoro, secondo cui in Italia ci sono 3,1 milioni di green job, ovvero tutte quelle figure professionali che che sono collegate si servizi e alle industrie di stampo ecologico, che rappresentano il 13,4% degli occupati, cresciuti in un anno di oltre 100 mila unità, incremento del 3,4% rispetto allo 0,5% degli altri settori professionali.

Non solo occupazione, la ricerca pubblicata sulla rivista Nature Climate Change mostra le ripercussioni in termini di costi sul debito pubblico, stimando che i cambiamenti climatici possono minare la stabilità del sistema finanziario poiché i danni alle infrastrutture causati da eventi ambientali estremi e il calo della produttività delle imprese potrebbero far aumentare i fallimenti delle banche, mentre il salvataggio di quelle insolventi costerebbe ai governi tra il 5 e il 15% del Pil l’anno. 

 

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