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Mezzogiorno: fuga di giovani, mentre torna a crescere il gap occupazionale con il Nord

Rapporto Svimez: dall’inizio del nuovo secolo hanno lasciato il Sud 2.015 mila residenti, la metà giovani fino a 34 anni

di Redazione

Il Rapporto dell’Associazione per lo Sviluppo dell’Industria nel Mezzogiorno (Svimez) conferma i trend già osservati nelle anticipazioni diffuse in estate. Il Mezzogiorno appare in difficoltà, di nuovo alle prese con ampi divari rispetto alle regioni del Nord, settori di attività economica che stentano (servizi a parte), livelli occupazionali non ancora soddisfacenti, crisi demografica e popolazione in calo anche a causa della perdita migratoria. Questa, in sintesi, la fotografia della Svimez.

Qualche numero. La riapertura del divario Centro-Nord Mezzogiorno – afferma la Svimez – riguarda i consumi, soprattutto della PA. Il PIL del 2018 al Sud è cresciuto di +0,6%, rispetto a +1% del 2017. Ristagnano soprattutto i consumi (+0,2%), ancora al di sotto di -9 punti percentuali nei confronti del 2018, rispetto al Centro-Nord, dove crescono del +0.7%, recuperando e superando i livelli pre crisi. Debole il contributo dei consumi privati delle famiglie con quelli alimentari che calano del -0,5%, in conseguenza alla caduta dei redditi e dell’occupazione. Ma soprattutto la spesa per consumi finali della PA ha segnato -0,6% nel 2018. Gli investimenti restano la componente più dinamica della domanda interna (+3,1% nel 2018 nel Mezzogiorno, a fronte di +3,5% del Centro-Nord). In particolare, crescono gli investimenti in costruzioni (+5,3%), mentre si sono fermati quelli in macchinari e attrezzature (+0,1% contro +4,8% del Centro-Nord). Alla ripresa degli investimenti privati, però, fa da contraltare il crollo degli investimenti pubblici: nel 2018, stima la Svimez, la spesa in conto capitale è scesa al Sud da 10,4 a 10,3 miliardi, nello stesso periodo al Centro-Nord è salita da 22,2 a 24,3 miliardi.

Il valore aggiunto dell’agricoltura – si legge nella nota dell’Associazione – è calato nel 2018 al Sud di -2,7%, nel Centro-Nord è aumentato di +3,3%. Il valore aggiunto dell’industria in senso stretto è aumentato di +1,4% nel 2018 al Sud, in calo rispetto al 2017 (+2,7%). Nel Centro Nord è cresciuto di +1,9%. Il valore aggiunto del terziario al Sud nel 2018 è aumentato di +0,5%, meno che al Centro-Nord (+0,7%). Nel 2018 Abruzzo, Puglia e Sardegna sono state le regioni che hanno registrato il più alto tasso di crescita, rispettivamente +1,7%, +1,3% e +1,2%. Nel Molise e in Basilicata il PIL è cresciuto del +1%. In Sicilia ha segnato +0,5%. Campania a crescita zero nel 2018. Calabria unica regione meridionale che ha visto una flessione del PIL di -0,3%.

Sul fronte del lavoro, si riallarga il gap occupazionale tra Sud e Centro-Nord: nell’ultimo decennio è aumentato dal 19,6% al 21,6%: ciò comporta che i posti di lavoro da creare per raggiungere i livelli del Centro-Nord sono circa 3 milioni. La crescita dell’occupazione nel primo semestre del 2019 riguarda solo il Centro-Nord (+137.000), cui si contrappone il calo nel Mezzogiorno (-27.000). Al Sud aumenta la precarietà che si riduce nel Centro-Nord, riprende a crescere il part-time (+1,2%), in particolare quello involontario che nel Mezzogiorno si riavvicina all’80% a fronte del 58% nel Centro-Nord. A ciò si aggiunga la bassa occupazione delle donne meridionali e l’aumento, soprattutto per la componente femminile, del part time involontario. In aumento, inoltre, i working poor, ovvero i lavoratori poveri. Nullo l’impatto sul lavoro del Reddito di cittadinanza, sebbene la Svimez riconosca l’utilità dello strumento. Anche se, viene spiegato, occorre ridefinire le politiche di welfare ed estendere a tutti in egual misura i diritti di cittadinanza.

La crisi demografica è una variabile che interessa il paese nel complesso dal 2015, ma è nel Mezzogiorno che si fa sentire di più. La crisi demografica e le emigrazioni, osserva perciò la Svimez, accentuano i divari tra Sud e Centro-Nord. Dall’inizio del secolo a oggi la popolazione meridionale è cresciuta di soli 81 mila abitanti, a fronte di circa 3.300.000 al Centro-Nord. Nello stesso periodo la popolazione autoctona del Sud è diminuita di 642.000 unità, mentre al Nord è cresciuta di 85.000. Nel corso dei prossimi 50 anni il Sud perderà 5 milioni di residenti: -1,2 milioni sono giovani e -5,3 milioni persone in età da lavoro. A fronte di un Centro-Nord che conterrà le perdite a 1,5 milioni. Il Mezzogiorno continua a perdere giovani fino a 14 anni (-1.046 mila) e popolazione attiva in età da lavoro da 15 a 64 anni (-5.095 mila) per il calo delle nascite e la continua perdita migratoria. Il saldo migratorio verso l’estero ha raggiunto i -50mila nel Centro-Nord e i -22 mila nel Sud. La nuova migrazione riguarda molti laureati, e più in generale giovani, con elevati livelli di istruzione, molti dei quali non tornano più. Dall’inizio del nuovo secolo hanno lasciato il Mezzogiorno 2.015 mila residenti, la metà giovani fino a 34 anni, quasi un quinto laureati. Un’alternativa all’emigrazione è il pendolarismo di lungo periodo, che nel 2018 dal Mezzogiorno ha interessato circa 236 mila persone (10,3% del totale). Di questi 57 mila si muovono sempre all’interno del Sud, mentre 179 mila vanno verso il Centro-Nord e l’estero.

(fonte: Svimez)

 

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