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Asili nido gratis: perché in Italia il problema è l’assenza di politiche per la conciliazione

L’annuncio del ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, è una prima risposta alle esigenze economiche di molte famiglie con figli piccoli. Ma, appunto, è solo il primo passo di una rete di iniziative indispensabili e non più rinviabili per sostenere l’occupazione e l’uguaglianza di genere

di Fabio Germani

Politiche di conciliazione, queste sconosciute. L’annuncio del ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, di garantire una «sostanziale gratuità» degli asili nido per la grande maggioranza delle famiglie (di fatto un rafforzamento del bonus, che scatterà a gennaio 2020), rappresenta sicuramente una risposta importante, che va incontro alle esigenze di molti nuclei, tanto più che le spese – secondo l’Istat, ieri in audizione nelle commissioni Bilancio di Camera e Senato – si aggirano attorno ai 1.570 euro nel 2015, cifra poi lievitata a 1.996 euro nel 2017, tuttavia non sufficiente. O meglio: si tratterebbe di un primo passo, perché l’Unione europea delle cooperative (Uecoop), ad esempio, proprio in realazione a tale ipotesi, ci informa che la domanda non può essere completamente soddisfatta: «C’è posto solo per un bambino su quattro negli asili nido italiani».

Foto di Aline Ponce da Pixabay

Dall’Istat, del resto, giungono ulteriori conferme: «L’utilizzo degli asili nido in Italia risulta relativamente poco diffuso. Il confronto con gli altri paesi europei, possibile con riferimento a un aggregato che include oltre ai nidi d’infanzia anche le ludoteche, i servizi integrativi e gli anticipi nelle scuole d’infanzia, mostra che i bambini che frequentano strutture educative sono nel 2017 circa il 29% tra quelli residenti in Italia, contro una media del 34,2% nei paesi dell’Unione europea. Indicativo – si legge ancora nella trascrizione dell’audizione del presidente dell’Istituto nazionale di statistica, Gian Carlo Blangiardo – è il ritardo del nostro paese rispetto all’obiettivo minimo del 33% fissato dall’Unione europea già per il 2010. Nell’anno scolastico 2017/2018 i posti nei servizi educativi rivolti alla prima infanzia coprono, infatti, solo il 24,8% dei potenziali utenti, ossia i bambini con meno di tre anni».

L’offerta pubblica di asili nido in Italia è dunque ridotta: i bambini iscritti negli asili nido comunali e negli asili nido privati convenzionati o finanziati dai comuni sono stati 179.284 nell’anno scolastico 2017/2018, ad ogni modo il 2,3% in più rispetto all’anno precedente a fronte del calo registrato dal 2011 al 2014 e dei valori stabili rilevati invece nel triennio successivo. Rispetto ai potenziali utenti del servizio (i bambini con meno di tre anni, ricorda l’Istat), «gli utilizzatori dell’offerta comunale di asili nido sono solo il 12,5%».

Alla mancanza di posti, che di per sé è uno scoglio di non poco conto, va appunto aggiunto il costo sostenuto dalle famiglie, che è piuttosto significativo. Ancora l’Istat: «Nel 2018 circa 348.200 famiglie dichiarano di aver fronteggiato spese per asili nido pubblici o privati nel corso degli ultimi 12 mesi, per un ammontare di quasi 624 milioni di euro. Nei cinque anni tra il 2014 e il 2018 la spesa oscilla in un range che va da un minimo di 534 milioni registrato nel 2015 a un massimo di 729 milioni raggiunto nel 2017». Non è un caso, allora, se lo scorso anno il 12,4% dei genitori di bambini di 0-2 anni non iscritti al nido dichiarava di non averlo fatto per i costi eccessivi.

Tutti questi numeri, in definitiva, servono solo a ricordare che ad oggi siamo il fanalino di coda tra i principali paesi europei per spesa ed interventi per politiche di conciliazione – l’insieme di politiche attive finalizzate alla conciliazione della vita lavorativa e di quella familiare –, con l’aggravante, a quanto pare, del mix di pochi posti disponibili nelle strutture e un carico non indifferente sulle famiglie. Già il Pilastro europeo dei diritti sociali, presentato nel 2017 e fortemente voluto dalla Commissione Juncker, prevede in materia che «i genitori e le persone con responsabilità di assistenza» abbiano diritto «a un congedo appropriato, modalità di lavoro flessibili e accesso a servizi di assistenza». E in più: «Gli uomini e le donne hanno pari accesso ai congedi speciali al fine di adempiere le loro responsabilità di assistenza e sono incoraggiati a usufruirne in modo equilibrato».

Quest’ultimo tema non può perciò prescindere dagli impegni volti a favorire una maggiore partecipazione delle donne al mercato del lavoro, altrimenti ostacolata da retaggi culturali e, in molti casi, dalle condizioni o cattive pratiche che le obbligano a una scelta tra carriera e famiglia. Negli ultimi anni, pur in presenza di una crisi economica molto dura, si è osservata a livello europeo una ripresa dell’occupazione femminile, facilitata però da percorsi più flessibili rispetto a quelli che possono caratterizzare l’occupazione maschile. Tanto basta, insomma, a capire il perché dell’esigenza, in Italia più che mai, di un sistema in grado di assicurare una maggiore conciliazione e di sostenere l’occupazione femminile.

@fabiogermani

 

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