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Orario di lavoro ridotto, i pro e i contro

La discussione in merito ha un andamento carsico. Ma il caso italiano ha le sue specificità, a cominciare dai bassi redditi, e dal lavoro nero e grigio. Il primo campo d’applicazione potrebbero essere le tecnologie 4.0

di Fulvio Fammoni*

La discussione sulla riduzione dell’orario di lavoro ha un andamento carsico in Italia e in Europa. Oggi riprende vigore sulla base delle dichiarazioni del primo ministro finlandese, anche se poi il governo di quel paese ha chiarito che la proposta non è presente nel programma politico della coalizione.

È bene, invece, riprendere in modo ordinato una riflessione su questo tema, legata non a generiche indicazioni ma all’attuale fase economica e sociale, oltre che alla prospettiva futura. A favore di un giusto obiettivo militano le nostre passate proposte (lavorare meno, lavorare tutti), la sperimentazione delle banche ore fatta in passato in alcuni contratti, il confronto fra il numero di ore lavorate in Italia e quello dei principali paesi europei a noi comparabili.

In Italia le ore di lavoro effettive sono ancora in calo rispetto al periodo precedente la crisi economica. Questo avviene, nonostante il recupero del numero degli occupati, non per scelta dei lavoratori ma a causa delle condizioni negative del nostro sistema produttivo. Il tasso di occupazione italiano è di circa otto punti inferiore rispetto alla media europea, e una parte importante della nuova occupazione ha le caratteristiche del lavoro povero: oltre sei milioni di persone sono impiegate a part time (per i due terzi dei casi, involontario) o a tempo determinato. Di conseguenza il livello dei redditi italiani è basso, nonostante il numero di ore lavorate, rispetto agli altri paesi europei. Inoltre la dimensione produttiva e di impresa delle nostre aziende (più del 50% dei dipendenti lavora in microimprese) è molto diversa da quelli dei principali Stati europei a noi comparabili.

Partendo da questi dati di fatto, è il caso di mettere in evidenza alcune considerazioni che sono ovvie. Una normativa che sancisse meno ore a parità di salario, alzerebbe percentualmente il valore dell’ora lavorata, ma non risolverebbe il problema del reddito complessivo. Inoltre lavorare più giorni a settimana per compensare la diminuzione di ore con un aumento della produttività, e nel pieno utilizzo degli impianti, è difficilmente attuabile in tutto il sistema della piccola e piccolissima impresa, dove già adesso è difficile mantenere l’attuale ciclo di attività in piena funzione (visti l’aumento della cassa integrazione e la situazione produttiva).

Part time e contratti a tempo determinato potrebbero non usufruire, o farlo solo in parte, di un’eventuale riduzione oraria. Il part time italiano è già mediamente attorno alle 20 ore. I tempi determinati in una quota elevata sono utilizzati per un periodo molto breve. In realtà si correrebbe il rischio di un aumento dell’utilizzo di queste fattispecie di lavoro. Un giusto obiettivo, economico e sociale, potrebbe e dovrebbe essere sostenuto dallo Stato attraverso interventi di defiscalizzazione (già richiamati dalle imprese per quanto riguarda l’eventuale introduzione di un salario minimo). Bisognerebbe fare attenzione, però, a non cadere in un uso disinvolto dello strumento della defiscalizzazione o della decontribuzione che, data la situazione della finanza pubblica, impegnerebbe risorse necessarie per altri obiettivi.

Questa realtà impedisce di agire? No. Ma richiede scelte mirate, via via espandibili attraverso la contrattazione, prima, e quindi con norme di sostegno legislativo. Militano a favore di una scelta di riduzione oraria, oltre a quelle già richiamate, le questioni legate alla conciliazione vita-lavoro, il crescere dei fenomeni di stress e burn-out, l’allungamento della vita media e di quella lavorativa, il rapporto con l’occupazione. Di converso, specialmente in Italia, bisogna tenere presenti l’alta percentuale di lavoro povero e in nero, e soprattutto il lavoro grigio, che si lega alle questioni dell’orario e del salario.

Le premesse nell’affrontare queste tematiche portano spesso divisioni d’impostazione: riduzione di orario per tutti contemporaneamente (norma di legge) o passo dopo passo (contrattazione); intervento solo giornaliero e settimanale oppure mensile, annuale, nell’arco della vita lavorativa; compensazione con il salario o con i costi contrattuali, con i livelli di occupazione oppure nessuna ricaduta di costo sui dipendenti e quindi solo sulle imprese (compensata attraverso produttività e/o incentivi); scelta obbligatoria per il lavoratore o libera, temporanea o definitiva, eccetera. Sono soltanto alcuni degli elementi del dibattito di questi anni, che non sono fra di loro inconciliabili ma che, appunto, in premessa, vanno affrontati.

Ma il punto prioritario dal quale partire è l’introduzione delle nuove tecnologie 4.0, che creeranno nuovi lavori ma determineranno il calo o il superamento di altri, e, soprattutto, sopperiranno in una parte rilevante di casi solo ad una quota di lavoro delle persone, parcellizzandolo. Parliamo di un quantitativo via via crescente ma molto alto di lavoratori. Cosa succederà in questi casi? Si avranno meno ore di lavoro e meno salario a fronte di un aumento del lavoro povero? Si procederà alla formazione e riqualificazione verso nuove attività alternative? Si opterà per meno ore a parità di salario? Probabilmente assisteremo a un mix di tutto questo con, per quello che ci riguarda, gli ultimi due aspetti da proporre e valorizzare. Ci troveremo di fronte ad aumenti della produttività grazie alle tecnologie, a fondi pubblici e incentivi alle imprese per investire nel 4.0. Ecco allora un esempio concreto di come la discussione sugli orari di lavoro può trovare un primo importante caso di applicazione immediata.

(articolo già pubblicato qui)

*presidente Fondazione Di Vittorio

 

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