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Usa 2020. Una questione rimasta irrisolta

Bloomberg chiede scusa per la rigida applicazione dello «stop and frisk» quando era sindaco di New York, una mossa che molti potrebbero giudicare tardiva. Come i cambiamenti demografici possono condizionare le strategie dei candidati in America

di Fabio Germani

Si ritiene che entro il 2050 (precedenti stime avevano indicato il 2042), negli Stati Uniti, i bianchi non costituiranno più la maggioranza assoluta dei cittadini americani. Perché “la nuova maggioranza” sarà quella che vedrà insieme le attuali minoranze, perlopiù latini, asiatici e afroamericani. Un cambiamento demografico di tali proporzioni obbliga fin da ora politici, strateghi, sociologi a rivedere, se non tutti, almeno alcuni tra i piani e i programmi elaborati, anche in vista delle elezioni presidenziali 2020. Un particolare che, evidentemente, non deve essere sfuggito a Michael Bloomberg, il 77enne miliardario già sindaco di New York e candidato alle primarie democratiche.

È una campagna strana quella di Bloomberg. Non così inusuale, ma strana. I sondaggi non lo premiano, tutt’altro. Alcuni osservatori ritengono che Bloomberg – il quale sta investendo molto nella campagna in determinati Stati mentre altri sembra quasi ignorarli – possa ritagliarsi un ruolo e dire la sua nel caso in cui dalle primarie non emerga un vincitore chiaro e si arrivi così ad una brokered convention (l’appuntamento della convention democratica è per luglio e si terrà a Milwaukee, nel Wisconsin). Fantapolitica? Per il momento sarebbe prudente rispondere di sì, anche perché recenti sondaggi continuano a indicare Joe Biden quale favorito alla nomination (con Bernie Sanders alle sue spalle e negli ultimi giorni in crescita). Ad ogni modo l’ex sindaco di New York – il quale ha amministrato la città per tre mandati, prima da repubblicano poi da indipendente (ma già tempo addietro era stato nel Partito democratico), dal 2002 al 2013 – ha compiuto nei giorni scorsi una mossa importante, per certi versi fondamentale per il prosieguo della sua campagna: ha chiesto scusa per la rigida applicazione dello «stop and frisk» quando, appunto, era sindaco di New York.

Lo «stop and frisk» era una procedura che, sulla scia della tolleranza zero teorizzata negli anni Novanta dall’ex sindaco di New York, Rudy Giuliani (nome caldo in questi giorni per le vicende legate al processo di impeachment contro Trump), insieme al capo della polizia, William Bratton, prevedeva in sintesi fermi e metodi di sorveglianza con perquisizioni da parte degli agenti sulla base dei soli sospetti e non chiari indizi di colpevolezza al fine di prevenire delitti e reati. Tale procedura, però, ha mostrato negli anni un condizionamento dovuto ai pregiudizi nei confronti delle minoranze. Per intenderci, un cittadino afroamericano poteva avere più possibilità di un bianco di essere fermato dalla polizia. Sebbene diversi tribunali, negli anni, lo abbiano giudicato illegale e in violazione dei diritti costituzionali, Bloomberg ha sempre tirato dritto per la sua strada, contestualizzando lo «stop and frisk» nell’ambito di un programma più ampio per il benessere cittadino e che includeva altre misure quali, ad esempio, un controllo più ferreo sulla vendita di bibite gassate e zuccherate per contrastare il rischio obesità.

L’attuale sindaco di New York, Bill de Blasio (il quale ha tentato la corsa alla Casa Bianca, ma senza successo, tanto da rinunciare con largo anticipo rispetto all’inizio delle primarie, il 3 febbraio in Iowa), ha ridotto drasticamente lo «stop and frisk», senza per questo compromettere il lavoro della polizia. Il numero di omicidi a New York è continuato a scendere in questi anni, confermando un trend positivo osservato da tempo. Bloomberg ha ammesso – l’ultima volta parlando a Tulsa, in Oklahoma, ma lo aveva già fatto sul finire del 2019 a Brooklyn – che la pratica che proprio lui ha difeso strenuamente a lungo ha recato dolore e dispiacere a molte persone, tra le minoranze. Il New York Times, tra gli altri, ha scritto che la posizione di Bloomberg – sincera o meno – è comunque tardiva e che il candidato dem possa dunque non godere di un particolare appeal tra le comunità afroamericane e latine in virtù di ciò che ha promosso in passato.

Più di ogni altra cosa, però, la nuova versione di Bloomberg accende i riflettori su una ferita che non si è mai chiusa del tutto: la mancata (piena) realizzazione di un’America post-razziale, obiettivo che neppure il presidente Obama è riuscito a raggiungere nonostante il significato, anche simbolico, della sua amministrazione. Ad oggi le cose non sono cambiate granché: un’analisi del Pew Research Center del 2019 mette in luce come gli afroamericani continuino a non giudicare positivamente i progressi nelle relazioni razziali. Troppi disaggi e svantaggi vengono ancora percepiti dalle persone non-bianche. Che hanno un peso elettorale non indifferente e che votano, di solito, democratici. Un ostacolo in più nell’immediato per candidati tipo Bloomberg, ma una fucina di voti nel prossimo futuro, soprattutto in quegli Stati che maggiormente saranno interessati dai cambiamenti demografici. Molti già pensano al Texas, Stato tradizionalmente conservatore e a trazione repubblicana.

@fabiogermani

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5 Commenti per “Usa 2020. Una questione rimasta irrisolta”

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