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Com’era l’Italia quando c’era il Pci

Avanti popolo. In attesa della riscossa, è il passato che torna a visitare la memoria di chi spese la propria esistenza scrutando il cielo ogni mattina per vedere se fosse sorto il sol dell’avvenire. Un passato micro e macro, gli uomini e i grandi fatti, insieme, all’ombra della stessa bandiera. Rossa. La storia di un partito che è stato parte della società italiana, nel suo intreccio tra la dimensione nazionale e quella internazionale.

Questo il senso della mostra “Avanti popolo. Il Pci nella storia d’Italia”, che si inaugura il 14 gennaio presso la Casa dell’Architettura di Roma (fino al 6 febbraio), fra le manifestazioni dedicate al 150esimo anniversario dell’Unità d’Italia. E che nasce con l’intenzione di dare conto della straordinaria e articolata messe di documenti del Partito Comunista Italiano, espressione della sua struttura organizzativa e propagandistica, conservati negli archivi, soprattutto quelli dell’Istituto Gramsci e della Fondazione Cespe. Ma pure per raccontare come gli avversari del Pci lo vedevano e lo raccontavano.

Ne emerge il ritratto di quel “partito nuovo”, come lo definì Togliatti nel 1944 con l’obiettivo di creare un partito di governo della nuova classe dirigente forgiata nella rivoluzione antifascista. E che divenne un partito di massa di dimensioni eccezionali, attrezzato per le battaglie parlamentari e per le mobilitazioni collettive. Nella mostra, si potrebbe dire, il Pci viene raccontato attraverso se stesso e attraverso le tracce lasciate da dirigenti e militanti. In mostra anche materiali selezionati dall’archivio dell’Unità, del Crs, della Fondazione Di Vittorio, dell’Udi, dell’Archivio audiovisivo del Movimento operaio, dell’Istituto Luce, degli archivi della Rai, e coordinata da un fitto comitato organizzatore animato con tenacia dal tesoriere dei Ds, Ugo Sposetti.

Come si affermò, e come si organizzò quel partito, è nei tanti documenti presenti in mostra – 1500 immagini e oltre 200 video – e suddivisi lungo un percorso. Tanti gli oggetti nelle bacheche, ma la gran parte dei documenti è stata digitalizzata ed è fruibile sui diciotto touch-screen che compongono l’allestimento – in un Acquario Romano già di per sé suggestivo e per l’occasione immerso in una luce rossa diffusa. Al piano superiore uno spazio dedicato alla grafica, con contributi originali creati per l’occasione, e due esposizioni: “Progetti, confronti, incontri” (34 designer interpretano il Pci) e “Bobo e Cipputi. Due comunisti di carta”, con le vignette di Staino e Altan. Inoltre, il visitatore viene accolto da un video, proiettato su un maxischermo, con filmati d’archivio che sono un po’ un compendio di quel che viene raccontato dalla mostra. E che, in certi casi, restituiscono emozioni che è difficile dimenticare. Come Pertini che tocca la bara di Berlinguer in una San Giovanni colma come non lo sarà mai più.

Si comincia con la stazione multimediale dedicata agli anni che vanno dal 1921 al 1943, poi dal ’43 al ’48, dal ’48 al ’56 fino all’ultima tranche, 1979-1991, il travaglio della Bolognina e il percorso successivo che porterà al Partito democratico della sinistra e alla scissione che darà vita a Rifondazione comunista. Altri touch-screen vanno per temi, ad esempio “Donne in lotta”, “Partigiane e partigiani”, “Enrico Berlinguer”, “Il popolo in piazza”. C’è anche “I comunisti al cinema”, argomento questo approfondito dal film “Anch’io ero comunista”, realizzato da Mimmo Calopresti, che sarà presentato al cinema Barberini il 20 gennaio, attraverso il quale il regista restituisce l’atmosfera e il senso comune su che cosa rappresentasse il Pci attraverso immagini e interviste a registi, sceneggiatori e appassionati, da Scola a Lizzani, da Bellocchio a Bertolucci a Pietro Ingrao.

E se è ricchissima la documentazione multimediale, è anche vero che i “pezzi di carta” fanno grande sensazione. I fogli con l’intervento autografo di Enrico Berlinguer alla Camera, nel 1978, le copie ingiallite dei giornali Il Comunista o Il Soviet, la prima tessera, quella del 1921, i verbali di riunioni particolarmente importanti della Direzione del partito, i volantini, gli appunti manoscritti, i quaderni dal carcere di Gramsci, i libretti con cui il partito organizzava la propria penetrazione, la “Guida al segretario di cellula” del 1950, la “Guida per la propaganda capillare” o il “Libretto del capo-gruppo”. In copertina, una citazione da Togliatti a dare la linea: “Il Partito si sviluppa e si rafforza quando sa lavorare non soltanto per chiusi interessi di organizzazione e di gruppo, ma per gli interessi di tutto il popolo e di tutta la nazione”.

Fonte: la Repubblica

 

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